A cura di Donatella Martinelli
Giosue Carducci, La recensione memorabile (PDF)
La recensione di Carducci alle prime due dispense del Dizionario uscì nella «Nazione» il 2 luglio 1861 (d'ora in poi: Recensione), e fu poi accolta nel volume Ceneri e faville (Serie prima, Bologna, Zanichelli, 1891). Da poco il giovane professore, con decreto del 26 settembre 1860, era stato incaricato da Terenzio Mamiani, ministro dell'Istruzione nel terzo governo Cavour, di tenere la cattedra di Eloquenza italiana, in seguito chiamata Letteratura italiana, presso l'Università di Bologna. La sollecita discesa in campo non deve sorprendere: Carducci aspettava da tempo questi primi fascicoli: da quando era apparso il Saggio del 1858, che aveva riscosso grande apprezzamento («plauditissimo saggio del giugno 1858», lo definisce). La stima di Carducci per il Dalmata era del resto consolidata da tempo: lo prova, a tacer d'altro, la copia delle Rime del 1857, a lui indirizzata, con dedica, che si conserva tra i volumi del Fondo Tommaseo della BNF.
L'importanza
del testo (che ne giustifica la presente riproduzione tra le Testimonianze
importanti) risiede non tanto e solo nell'acuta illustrazione degli aspetti più
innovativi dell'impresa (alla straordinaria lente d'ingrandimento del recensore
non ne sfugge nessuno dei maggiori), ma nella capacità di individuarne i nodi critici
(pensiamo anche solo al plauso espresso per il censimento delle voci di aree
periferiche, e insomma per il trattamento molto cauto riservato all'arcaismo),
di entrare nei meccanismi stessi di allestimento dell'opera, nella grande
officina degli spogli, quasi avesse frequentato in prima persona il cantiere
che descrive con tanta acutezza.
Per
questo la Recensione è stata chiamata in causa per illustrare gli
aspetti più rilevanti del Dizionario in varie schede critiche presenti
nel portale; ed è probabile che il Tommaseo stesso tenga conto delle
osservazioni più acute del giovane critico, e ne faccia tesoro per affinare il
suo lavoro. Insomma, il contributo di Carducci entra attivamente in gioco nella
storia dell'opera: un apprezzamento che dovette confermare in Tommaseo, e soprattutto
in Pomba, la convinzione di essere sulla strada giusta.
Sottolineando il momento solenne in cui l'impresa cadeva («Ed oggi è il tempo a ciò; oggi che le provincie sparirono, e la nazione raccolta, come una legge e uno statuto, così riconosce una lingua sola, e vuole e chiama a gran voce il Codice della sua favella»), Carducci rendeva merito all'impegno di chi stava concorrendo, con un'opera insigne, alla sua realizzazione.
Suor Chiara Francesca, Lo scaffalino di cartone a caselle
La testimonianza della figlia Caterina (Suor Chiara Francesca), cui va il merito di aver donato alla Biblioteca Nazionale di Firenze il Fondo di Carte di libri del padre, è stata pubblicata nella «Rivista dalmatica» del maggio-giugno 1903, pp. 306-10. Ne riportiamo lo squarcio che descrive la stanza di lavoro nella casa di Lungarno alle Grazie n. 20, vicino alla volta dei Tintori, segnalata ora da una targa commemorativa. La camera spoglia, a misura di un lavoro senza posa, dove nulla è superfluo, si anima sotto gli occhi della giovane che osserva e ricorda le opere e i giorni, le attività, le abitudini, i gesti dell’attività paterna, sempre uguale e sempre nuova.
[...] L’unico lusso in ogni tempo dovuto alla sana ma delicata fibra del mio buon Padre (il quale in inverno non tollerava nè il freddo nè il fuoco) era il sole; che il sole unicamente avea virtù di diradare per qualche ora le tenebre dei suoi occhi ciechi), per cui la casa di Lungarno, esposta a mezzogiorno gli costava d’affitto milleducento lire, tutti posson però ricordare che, salita la breve scaletta, entrati, si trovava a sinistra una stanza [...] il salottino dove riceveva i visitatori, lo studio [...]. A destra e a sinistra del caminetto il visitatore aveva due tavolini; su uno eran le lettere via via ricevute, su l’altro qualche pacco polveroso. La tavola, un po’ più lunga delle comuni, tra le due grandi finestre, destinata ai lavori del Dizionario. Sopra, attaccato al muro, uno scaffalino di cartone a caselle in cui solo mio Padre metteva i cartini secondo la lettera alfabetica, annotazioni di parole colte dalla viva voce o afferrate nel corso di qualche lettura. Nell’angolo della tavola lunga (come noi la chiamavamo) egli posava le bozze corrette, le lettere pronte per la posta. Un altro tavolino restava, e quello per scrivere, su cui a stento bisognava far posto quando c’erano da ordinare cartini a più file. Dietro allo scrivano, difaccia al caminetto, c’era uno scaffale che, tra una tavola e una porta, copriva la parete. In esso avevan luogo i classici antichi e libri che avevan servito ai suoi studi. Nell’alcova della stessa stanza un altro scaffale con buste in cartoncino giallo... Ecco tutto l’arredamento della sua stanza, ecco quanto spazio occupava la Raccolta di manoscritti e di libri posseduti e lasciati da Niccolò Tommaseo!