L'editore

L'avvio del Dizionario non è facile: e qui davvero Giuseppe Pomba, avanti negli anni (era nato a Torino il 4 febbraio 1795) e in condizioni di salute malferme, diede una grande prova di fermezza e di lucidità nell'accordare esigenze diverse e nel dare avvio all'impresa, di cui ricostruiamo le linee maestre sfruttando i documenti raccolti in Carte e carteggi (per tutti gli altri dati, richiamati sommariamente, si fa riferimento a Martinelli 2021: chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://media.agiati.org/page/attachments/16.pensare-gli-italiani-i-martinelli-donatella.pdf).

 

I. L'anno di preparazione

Nel 1857 Giuseppe Pomba si accinge alla progettazione della grande impresa editoriale. Con quarant'anni di esperienza nel campo dell'editoria sa bene che la fase più delicata dei grandi cantieri è quella della progettazione. I problemi sul tappeto sono tanti: l'organizzazione (la direzione, i collaboratori, i revisori), la divisione dei compiti, gli strumenti e gli spazi di lavoro e, ovviamente, le previsioni di spesa, per non citare che i maggiori. Il vecchio Pomba, tra il '57 e il '58, sa di giocare la sua partita più impegnativa ed è determinato a entrare in tutte le questioni, comprese quelle linguistico-lessicografiche, almeno per i temi maggiori. È particolarmente attento all'ingresso del lessico tecnico-scientifico (durante l'allestimento dell'Enciclopedia ha potuto toccare con mano quanto sia urgente il suo ingresso nel dizionario), ma nello stesso tempo nutre perplessità su altre questioni. Dimostra una stima incondizionata massima stima nei confronti di Tommaseo, tanto che nemmeno nei momenti più difficili, che sono più d'uno, pensa di relegarlo a un ruolo marginale, come pure, in certe circostanze, il Dalmata auspicherebbe. Il carteggio (di cui abbiamo potuto fornire solo un regesto, con poche lettere riprodotte parzialmente o integralmente > Documenti) è un mirabile esempio di gentilezza nella forma  e insieme di determinazione nella sostanza; di condiscendenza, quanto possibile, e di fermezza sulle questioni di fondo; di umiltà, quando si entra in valutazioni nelle quali non ha titolo a pronunciarsi e, viceversa,  di piena autorevolezza  in quelle che pertengono al suo campo di azione e alla sua consumata esperienza di editore. Indiscutibile la sua personale levatura intellettuale e politica, quando si trova a giudicare del significato dell'impresa, e il suo insostituibile valore nella presente contingenza storica.

            Quanto mai importante il documento datato 25 maggio 1857 (conservato in copia nell'archivio di Torino: > Documenti) in cui Pomba, in previsione del contratto da stipulare, insiste sulla necessità di un Direttore con pieni poteri: «un direttore è necessario, perché ci sia un arbitro supremo per tutte le particolari controversie, concernenti il vocabolario. Si desidera un articolo, col quale si stabilisca che la condotta generale dell'opera e delle sue parti rimanga assolutamente affidata al Tommaseo, il quale dovrà regolarla, secondo il suo accorgimento, e la sua coscienza. |Questo articolo è necessario, per premunirsi contro le fraudolente eccezioni, che potrebbero muoversi intorno alla condotta dell'opera dell'editore, qualora costui trovasse utile di sospendere la pubblicazione dell'opera».

            La sua prima preoccupazione è quella di procurare gli strumenti di lavoro e di mettere a disposizione una stanza di consultazione per quanti lavorano al Dizionario. Nel giugno del 1858 Zecchini procura a Tommaseo il Vocabolario universale italiano (1829-’40) del Tramater, e il Supplimento a’ vocabolari italiani del Gherardini (1852-’57), cui si aggiungono via via gli strumenti di lavoro utili, oltre ad una stanza in Utet dove i collaboratori possano svolgere il loro lavoro (vedi § VI).

 

II. I grandi consulenti: Campi e Manzoni

Pomba sa bene che, per imprese di tanto respiro, serve un gruppo di consulenti che possano affiancarlo nelle scelte, intervenire al bisogno e consigliarlo nei momenti difficili. Le figure di cui abbiamo notizia attraverso i carteggi sono numerose, ma ne spiccano fin da subito due che accompagneranno l'impresa sino a compimento. Uno è Giuseppe Campi, studioso di lungo corso e di provata esperienza (ben noto a Tommaseo che lo frequenta sia in gioventù a Padova che in esilio a Parigi) , specie per i testi antichi, in grado di entrare nel merito delle questioni più delicate (come quella delle abbreviazioni, del trattamento di latinismi e voci antiche ecc.), che non potendo lavorare a nuove giunte, data l'età avanzata, promette le 30.000 giunte raccolte negli anni di lavoro in Francia (si veda le lett. di Campi a Pomba, datata 28 maggio del 1858, proprio alla vigilia della pubblicazione del Saggio, > Documenti). Ottiene dall'editore che il compenso per la sua collaborazione gli sia corrisposto sotto forma di vitalizio annuo di lire 1.200 «per cessione delle varianti sulla Divina Commedia [...] e delle giunte (circa 40 mila) e correzioni al vocabolario della Crusca» (così, a illustrazione del contratto perfezionato il 22 ott. 1859 G. Canevazzi, citato in DBI, ad v. Giuseppe Campi curata da P. Treves).

            Propone inoltre direttamente a Tommaseo un suo programma di Dizionario (>Documenti), di cui certamente il Dalmata tenne conto. In altra lettera del 28 maggio 1858 (DOC.STOR.2 1-93) fa presente le sue correzioni al Saggio prossimo alla pubblicazione raccomandandone la lettura anche ai tre compilatori che affiancano Tommaseo. Consigliato da Campi l'altro grande consulente: Giacomo Manzoni, grande bibliofilo, appassionato di lingua e di vocabolari e sodale del Tommaseo in Francia e a Corfù. Purtroppo, entrato in crisi il primo progetto con la causa Camerini, Manzoni lascia temporaneamente il campo, chiamato in Romagna da importanti interessi economici e politici. Ma poi tornerà a essere sempre presente, sia pure in modo discontinuo, nei momenti più difficili.

            Molti altri personaggi si muovono ovviamente intorno all'impresa: ricorderemo qui almeno, una volta impiantato il cantiere a Firenze, il Vieusseux, che naturalmente ha lunga familiarità con il Pomba e interviene nei momenti delicati, offrendosi quale mediatore soprattutto per le questioni economiche. Senza contare il gruppo di esperti facenti parte della casa editrice cui abbiamo dedicato un paragrafo a parte.

 

III. Il primo contratto (> Carte e carteggi)

La compilazione del vocabolario prevedeva come primo avviamento la correzione, l’integrazione e l’ammodernamento della base lessicale della Crusca ottocentesca rivisitata dal Manuzzi, del vocabolario di Napoli – il Tramater –, di quelli del Fanfani e del Gherardini con nuovi vocaboli e giunte tratti dalla tradizione letteraria italiana, da autori del Sette e Ottocento, dall’uso vivo toscano (reso più accessibile dal soggiorno del Tommaseo nel capoluogo toscano), ma anche da risorse provenienti da tutti i dialetti della penisola e dal linguaggio tecnico-scientifico e delle arti, per cui vennero scelti collaboratori ad hoc per ogni materia (> Storia del Tommaseo-Bellini § 6).

Nella primavera del 1858 serpeggia in casa editrice un notevole ottimismo, di cui sono espressioni le disposizioni impartite ai collaboratori (> Carte e carteggi: Ordine, Aiuti, Promemoria) e soprattutto il Saggio del 30 giugno 1858, dove il Dizionario è prefigurato nelle sue linee maestre con esemplare semplicità e chiarezza.

 

III. I tre collaboratori

I primi collaboratori designati a mettere in pratica le direttive studiate per il lavoro furono Torre, Fogliani e Camerini. Il lavoro di compilazione è affidato a loro fin dal primo contratto: devono cioè operare lo spoglio dei Dizionari maggiori, l'allestimento del lemma, con inserimento opportuno delle giunte, secondo le indicazioni contenute nei testi di riferimento (> Documenti > Norme, Aiuti, Ordine). Un lavoro lungo e impegnativo, in quanto ogni esempio addotto dai repertori deve essere copiato su scheda prima della fase di scrutinio e di ordinamento.

Allorché il lavoro relativo alla lettera A giunge nelle mani di Tommaseo si evidenziano gravi problemi. Dalle carte dell'Archivio di Torino emerge in proposito un documento di notevole interesse.

 

IV. La grande crisi. La correzione delle bozze della lettera A

La Replica ai rilievi di Tommaseo è un elenco di osservazioni, effettuate dai collaboratori, alle bozze in colonne relative alla lettera A sulle quale il Tommaseo ha apposto i suoi rilievi critici all'operato dei collaboratori. Non possediamo l'originale di T., ma possiamo non di rado arguirne il contenuto in base al tenore delle osservazioni, per lo più risentite, dei compilatori (il documento non è tuttavia sottoscritto). La presenza di un cenno al Saggio ci consente di fissare come terminus post quem il 30 giugno 1858.

            Ne riesce uno spaccato davvero molto vivace e istruttivo delle sulle difficoltà incontrate dai collaboratori, a cominciare dal dissenso su questioni di ordine generale (preferibile, ad esempio, la sigla «V. L.», utilizzata dalla Crusca per i latinismi, in luogo della croce che contrassegna le voci cadute in disuso) per arrivare, più in generale, alla difficoltà di applicare quelle Norme che Tommaseo aveva impartito (circa la necessità di delimitare, ad esempio, le citazioni, o di controllarle ricorrendo ai testi di riferimento, e infine di aggregarle opportunamente); senza contare la difficoltà di intervenire a commentare, quando necessario, l'esempio prodotto, così da renderlo pienamente perspicuo.

            Insomma il cantiere dovette apparire subito ai compilatori, fin da questa prima prova, nel momento in cui occorreva calare le disposizioni avute nella prassi lessicografica, un terreno impervio, dove occorreva muoversi con estrema cautela, molto scrupolo, gran dispendio di energie e di impegno.

            Non mancano nel documento recriminazioni a carico del Direttore, colpevole di avere impartito indicazioni di lavoro contraddittorie, e osservazioni polemiche sulla preferenza da accordare ad altre soluzioni migliori (del Manuzzi in particolare); talvolta anche insofferenza per un atteggiamento troppo severo (il severo censore è bollato più volte con il titolo di ipercritico).

            Emerge insomma quel clima di sempre maggiore insofferenza, che sfocerà di lì a poco in una crisi profonda e nell'abbandono del lavoro da parte di Torre e Fogliani, pronti ad arruolarsi nella seconda Guerra d'Indipendenza. Sappiamo dalle parole di Pomba che Fogliani e Torre «abbandonarono essi stessi il posto» (Secondo contratto): un'uscita di scena volontaria solo in apparenza, come ben sappiamo. Pomba decide allora di sospendere i lavori: Camerini reclama il compenso pattuito e decide di adire le vie legali. L'editore, probabilmente per non alimentare polemiche di certo negative e dannose per l'impresa, accetta di pagare quanto stabilito in tribunale, chiudendo quanto prima la controversia (> Storia del Tommaseo-Bellini). Nel frattempo «il lavoro venne sospeso dopo stampati i cinque primi fogli contenenti fra altro l’articolo redatto per intero dal Sig. Tommaseo ed il resto dei cinque fogli, lavoro di uno dei tre compilatori, rifatto e […] però quasi intieramente dal Sig. Tommaseo e da essi liberati per la stampa» (Secondo contratto).

 

V. Il 'ricatto' di Camerini

La situazione era comunque assai delicata dal momento che il letterato piemontese, lasciando la Utet dopo la denuncia per recarsi a Milano, aveva depositato i libri procuratigli da Pomba per i lavori e le schede pronte per il dizionario, depositandole presso un amico ebreo (lettera di Tommaseo a Manzoni, in data 5 dicembre 1859: Giacomo Manzoni 1999, p. 306).

            Non è dato quantificare l'entità dei materiali in deposito, diciamo così, cautelare; né l'impatto negativo sui lavori. Di certo la situazione dovette preoccupare non poco Pomba e rallentare la ripresa dei lavori nel 1959. I materiali finalmente si trovarono, forse per le burrascose vicende di cui si è detto, in stato di grande confusione. Fu messo al lavoro di riordino un funzionario della Utet, Stella: lavoro delicato e impegnativo che richiese tempo e pazienza (vedi lett. dell'8 febbraio 1860, Carteggio Tommaseo- Manzoni, p. 311).

 

VI. Da Torino a Firenze. La divisione del lavoro

I lavori dovevano essere riavviati da poco quando Tommaseo, nel luglio 1859 T., decide di lasciare Torino per Firenze,  convinto come era che, «se per correggere e integrare con nuovi vocaboli tratti dagli scrittori il basamento lessicale della Crusca si poteva operare in qualsiasi parte d’Italia, per il resto, e in particolare per le “giunte riguardanti gli usi della vita domestica e le arti”, era indispensabile il soggiorno di Toscana» (Fanfani 2005): il vocabolario si distingue infatti, tra gli altri pregi, anche, com’è noto, per la ricchezza di esempi tratti dall'uso vivo. Anche per questo Tommaseo deve rivedere il piano di lavoro, circoscrivendo e delimitando il proprio ruolo. Nel contratto definitivo, siglato nell’aprile del 1860, si impegnava infatti a fornire, da Firenze, oltre alle giunte, un terzo dei lemmi del vocabolario, mentre la parte materiale del lavoro, lo spoglio dei repertori accreditati e l’impostazione generale dell’opera, insieme alla compilazione delle restanti voci, veniva assegnata a Bernardo Bellini, residente a Torino, che diviene il principale collaboratore dell’opera. È una soluzione forse non facile da accettare, ma che avrebbe garantito però a Tommaseo vantaggi notevoli. Il 18 gennaio 1860, in un poscritto, Pomba informa Tommaseo di aver affidato «l’incombenza di metter in ordine le cartine e i libri nella stanza del Dizionario, per veder quello che occorrerà spedire a Firenze» (BNF, F.T. 116, 18, 17).

 

VII. Il secondo contratto

Si colloca a questo punto non un nuovo contratto, ma una revisione del primo (a integrazione e correzione del precedente), che merita un'attenzione particolare, perché testimonia la volontà di Pomba di rilanciare il lavoro, dopo la prima 'falsa partenza', ma anche di tenere ben salde le briglie dell'impresa, armonizzando le esigenze diverse.  La situazione è davvero molto delicata; non è concesso fallire una seconda volta. Sappiamo che il nuovo piano fu preparato a Torino, di concerto con Giacomo Manzoni che ne scrive a Tommaseo in una lunga missiva (> Documenti >).

            Vengono riformulati puntigliosamente gli oneri che competono a T. in ordine alle correzioni e alle giunte, alle voci importanti che assume di compilare interamente, e introdotte clausole di salvaguardia in caso di abbandono dell'impresa (ammesso solo per gravi motivi di salute); limiti di partecipazione a imprese potenzialmente concorrenti; termini perentori di consegna; minute definizioni delle obbligazioni della società («Se malattia o altro impedimento del S. T. prolungasse la stampa egli intanto non avrebbe diritto se non alla parte di compenso che corrispondesse proporzionalmente alle giunte fornite da esso»). Tommaseo poteva sentirsi sollevato in parte dal giogo di responsabilità onnicomprensive, ma doveva però sentire forte il peso di adempimenti che lo vincolavano all'impresa con patti ferrei.

            Si ricorda che, in prima battuta, s'era pensato a un compenso complessivo di 20.000 lire («la metà per prezzo delle giunte e di qualche articolo tutto suo e l’altra metà per la Direzione e revisione del lavoro»), ma poi T. aveva voluto sgravarsi della seconda parte di supervisione, da affidare al Conte Giacomo Manzoni. Resta al Dalmata «l’obbligo di fornire le cinquanta mila giunte si è convenuto e invariabilmente stabilito» (Secondo contratto). Non a caso, nella tarda lettera al Pomba del 2 aprile 1869, quando ormai era in grado di considerare con sufficiente distacco la strada percorsa, T. lamenta questo 'giro di vite': «Mi scusi Ella, signore, un po’ quanto ci siamo allontanati dal primo contratto, allontanati a mio carico, ad alleviamento degli editori» (BNF, F.T. 116, 23, 20). Il computo delle giunte, inoltre, era minuto e tirannico (basti dire che quelle già apparse nella Nuova proposta non furono considerate).

Il problema dei collaboratori è delicato: T. né può né vuole farsene carico, ma il Pomba sa che sono assolutamente necessari («Il Dizionario della Lingua Italiana si farà per cura della società in Torino, da nuovi compilatori dalla medesima scelti, anche col consiglio del Sig. Tommaseo non più al metodo che il medesimo da prima proponeva, non potendolo assistere lui stesso direttamente, ma coi metodi migliori fin qui usati»). Avranno in carico gli spogli dei dizionari maggiori, e la collocazione delle giunte fornite da T., Campi e Meini.

            In lettera del Manzoni a Tommaseo del 25 gennaio 1860, sappiamo che si pensavano ritenevano necessari cinque collaboratori: «1° per ordinare i fogli, e tenere la corrispondenza, 2° per copiare i cartellini della Crusca, 3° per scegliere dagli altri dizionarii dai librii gli articoli mancanti alla Crusca, 4.° per copiare i cartellini in fogli domandare alla stampa, e leggere a voi la copia in pulito, 5.° per copiare sotto la vostra dettatura, che è diverso dalla compilazione generale. Il terzo e il quarto vogliono essere collaboratori che sappiano bene il fatto loro. A Firenze si troveranno assai più facilmente di quello che a Torino, ma se il corso del vivere è, come mi dire, cresciuto da quel che era anni addietro (e coll'annessione crescerà ancora), non li troverete a meno di 150 franchi al mese, trattandosi di lavoro assiduo, e diligentissimo. Poniamo che gli altri tre vi costino 300 franchi. Sono 600 franchi. E se al fatto codesti aiuti non bastassero a voler compiere il Dizionario in quattro anni? Vero è che per la collaborazione si sono computati fr. 10,000 all'anno, e che 600 franchi al mese non danno che fr. 7,200; ma restano da mettere in conto gli aiuti per i vocaboli di scienze ed arti, dei quali faceste dieci o undici divisioni assai più comprensive delle prime. In conclusione, pensate bene questa parte di compilazione, perché non v'abbiate a trovare con maggiori pese che non crediate». Se ne ricava tra l'altro conferma del ruolo assolto da Manzoni nell'avvio dell'impresa e insieme degli oneri organizzativi incombenti su Tommaseo col trasferimento a Firenze, dove non poteva contare sul supporto dell'editore soprattutto per le questioni organizzative e economiche (>Documenti).    

            Nei nuovi accordi non mancano punzecchiature anche per il Tommaseo, che sarà tenuto a consegnare «cinquanta mila giunte disposte e scritte in modo da potersi tal quali stampare e non com’erano le prime da rivedersi ancora, e per questo riceverà le dieci mila lire pattuite nel primo contratto» (Secondo contratto, art. 3). Segno che le contestazioni dei primi collaboratori avevano lasciato il segno. E si fa il punto sulla situazione contabile: «Due mila ottocento da lei ricevute per le prime quattordici mila giunte che consegnò e che ora dovrà rifare o rettificare acciocché nella sua lontananza si possano collocare senz’altra revisione, e queste sue giunte saranno distinte nella stampa con T per conservar loro l’originalità».

            La controversa questione della sigla di riconoscimento, la sigla T (di cui si dirà per esteso più avanti), appare ormai accettata. Significativo il fatto che la richiesta, avanzata dal Dalmata, di curare i lemmi maggiori sia, per così dire, contingentata e condizionata a scadenze certe: «l’elenco almeno lettera per lettera, acciò non vengano fatti dai compilatori ordinari e questi però non dovranno eccedere il numero di quindici pagine, né riuscir meno di dieci pagine per ogni fascicolo di pagine quaranta o fogli cinque l’un per l’altro». In numero delle giunte è fissato in anticipo: «Quand’anco il numero delle giunte oltrepassasse di molto il patto, nulla dovrebbero di più gli editori»: un vincolo, questo, che doveva essere percepito, in verità, come un giogo, cui T. oppone fermamente la richiesta di assumere, nell'impresa,  una responsabilità limitata: «Nel titolo sarà detto di sole le giunte fornite da me, senza proemio né altro: e in ogni annunzio saranno evitate tutte le parole le quali possano dare a credere ch’io rispondo dell’opera intera».

 

VIII. Il lessico scientifico

Importante anche la questione, che qui torna a essere sottolineata, del lessico scientifico: la scelta delle persone più autorevoli spetta alla casa editrice, mentre a T. tocca la sola supervisione (vedi § XVI).

 

IX. Il compenso

C'è poi la questione non secondaria del compenso: la società «gli corrisponderà per questi articoli suoi lire Italiane Venti per ogni pagina del Dizionario a tre colonne. La consegna di questo lavoro avrà luogo nella quantità suddetta in ogni mese appena incominciato il lavoro» (Secondo contratto. art. 4). Le bozze arriveranno al T. «non compaginate» (quindi ancora passibili di aggiustamenti): T. potrà dare un'occhiata e dire la sua anche in zone non di diretta pertinenza, ma senza assumersi responsabilità di quanto fatto da altri. Un compromesso che tradisce il diniego di T. ad assumersi impegni di ordine generale, anche a fronte delle reiterate richieste del Pomba.           

            Finalmente nel febbraio del 1860 il cantiere è pronto a rimettersi in moto , o quasi, perché ancora non si trovano alcuni materiali già pronti, lamenta Manzoni («l'A da voi abbreviato»: verosimilmente le bozze sulle quali Tommaseo aveva introdotti tagli agli esempi), e malauguratamente non disponibili (neppure Luigi Pomba sa dove cercare: «non sa dove il Cavaliere l'abbia lasciato, se qui o a Chieri, o a Nizza dove è da più mesi», Carteggio Tommaseo-Manzoni, da Torino, in data 8 febbraio 1860, p. 311). Vengono peraltro concesse alcune agevolazioni necessarie.

 

X. Il segretario e copista Le Brun

Forte della disponibilità manifestata dall'editore in ordine agli aiuti indispensabili T. chiede di potere ingaggiare Ariodante Le Brun. Così, in lettera al Pomba del gennaio 1860: «Ho chiamato il S. Ariodante Lebrun, già mio scrittore, maestro adesso nella terra di Settignano; e domandatogli a che condizioni verrebbe egli ad assistermi nel mio lavoro. Mille dugento lire egli chiede; e abbandonerebbe un assegnamento sicuro per me che domani potrei morire, o vedere impresa interrotta da un di que’ tanti casi che seguono anco in tempi più sicuri di questo in cui siamo. Ella dunque risolva al più presto, giacchè io in tale angustia non posso durare più a lungo».

 

XI. Spedizione speciale dei dizionari utili

È necessario inoltre inviare a Firenze i repertori indispensabili al lavoro. Vi si fa in lettera del Tommaseo del maggio 1860, quando, da Firenze, accusa ricevuta dei volumi spediti da Torino in servizio del Dizionario: «Ricevo il pacco, il quale contiene il Dizionario dell’accademia francese in due volumi col terzo di complemento, il Gherardini, del quale nel primo volume mancano le prime sessantaquattro pagine che per l’appunto facevano di bisogno; il Manuzzi, del quale i primi tre fascicoli mancano: e non ricevo i cartellini di giunte né altrui né miei, necessari al lavoro. Quanto al Gherardini, vedrò d’aiutarmi alla meglio: ma dei primi del Manuzzi non mi pare poter fare senza. E altri ne sono già usciti i quali la prego di dare ordine al S. Vieusseux, che siano lasciati a me, non inviati a Torino. Esso Vieusseux mi ha già dato la nuova Crusca di grazia solleciti l’invito de cartellini occorrenti» (BNB, F.T. 116, 22, 22).

            Se ne evince che il trasferimento del cantiere da Torino a Firenze non fu impresa facile, e che molti lessici conservati nel Fondo della BNF sono appunto questi, messi a disposizione dal Pomba. Sui materiali mancanti torneremo più avanti.

 

XII. Preoccupazioni per la foliazione

Non ultima preoccupazione per Pomba in questo momento cruciale di varo dell'impresa è l'estensione che è venuta assumendo la lettera A: «Si calcola naturalmente 300 pagine. In libreria e tipografia è […] che la lettera A è la […] parola di un Dizionario o Vocabolario qualunque. Dunque se continuasse per il seguito del Dizionario la proporzione delle pagine date da […] per la A, arriveranno ad avere per 12 volte 200 pagine -3600 pagine. Ma le fo osservare che il manifesto nostro promette al pubblico quattro volumi di 1200 pagine ciascuno, cioè pagine 4800». Il carteggio documenta la preoccupazione costante per la foliazione eccessiva ed è costellato da computi assillanti delle pagine a stampa.

            Così T. si difende dall'accusa di aver fatto lievitare il Dizionario: «Io fo quel che è in poter mio; dare tutta quella ricchezza che è fornita dai Dizionarii e dalle giunte affidatemi e dall’uno toscano a me noto (perché tralasciarne parte, mi parrebbe un mancare al mio debito, un fare torto e all’Italia e agli editori,) ma insieme quanta ricchezza […] nel più breve spazio che si possa, omettendo gli esempi che nulla aggiungono, dalle voci antiquate non dando che le citazioni per lo più, ajutandomi d’abbreviature e di scorci, quanto la chiarezza consente. E nessuno m’ha, credo, accusato di ricercata verbosità fino ad ora. Fatto è che il lavoro della nuova Crusca io lo riduco a meno della metà, e ne raddoppio la ricchezza, fra esempi e dichiarazioni, e voci o modi fin qui non notati. Faccia altri il simile; ed il Dizionario non passerà di molto i limiti dall’editore prefissi».

 

XIII. Il computo delle giunte

Già nel primo contratto si definisce esattamente quante giunte il T. dovrà introdurre, ma anche e soprattutto cosa si deve intendere per 'giunta': non solo gli esempi nuovi ricavati dagli spogli, o dall'uso, ma anche «le nuove definizioni di termini non scientifici, le etimologie, le integrazioni o emendazioni dei testi, gli avvertimenti sull'uso vivente, sulla proprietà delle voci e de' modi». Nel contratto sarebbero toccate a T. 50.000 giunte, cioè la metà esatte delle totali.

 

XIV. I fornitori di giunte

Il Pacco 116 ci offre anche la possibilità non tanto e solo di identificare i fornitori di giunte, ma talora di individuare esattamente i manoscritti che le contengono. Non tutti i documenti si trovano nel Fondo fiorentino: valga il caso delle giunte di Cesare Cantù finite a Zara (D. Martinelli, I carteggi del Cantù. Corrispondenti di lingua e di lessicografia italiane, in Tra i fondi dell'Ambrosiana. Manoscritti italiani antichi e moderni, a cura di Marco Ballarini - Gennaro Barbarisi - Claudia Berra - Giuseppe Frasso, Milano, Cisalpino, 2008, pp. 603-26). La gran parte dei documenti quasi certamente aspetta di essere identificata, con debito riconoscimento per coloro, noti e meno noti, che offrirono il frutto dei loro studi a beneficio del Dizionario: esemplare il caso qui esaminato delle giunte del Padre Corsetto (> Carte e carteggi).

 

XV. La correzione delle bozze

Il giro di bozze è un passaggio molto delicato, data la sua articolazione in due cantieri molto distanti tra loro. In lett. del 29 ottobre 1860 lo Zecchini annuncia a Tommaseo la spedizione delle bozze di stampa relative alla lettera A: per ottimizzarne la correzione propone l’invio di una sola copia sulla quale ogni compilatore, a turno, potrà annotare le proprie osservazioni (F.T. 116, 29, 31). Di certo una composizione in colonna da cui ricavare l'impaginato definitivo. È verosimile pensare che questa restasse poi la prassi consolidata.

 

XVI. Collaboratori aggiunti

Nei mesi di progettazione del lavoro la questione dei collaboratori è sempre in primo piano. Pomba ha in mente un ventaglio di nomi prestigiosi: «Due compilatori richiederebbersi a questo, de’ quali lo scrivente vedrebbe e aiuterebbe il lavoro: Ario Dante Fabretti, Giuseppe Vollo. Le voci francesi da contrapporre alle italiane invece del latino e del greco, sarebbe atto a sceglierle Pietro Leopardi; per le etimologie, e le parole geografiche e storiche appartenenti alla lingua italiana in modo suo proprio, il C. Giacomo Manzoni; per le scienze mediche e naturali, il Dott. Angelo Fava; per le matematiche e la nautica il Prof. Giorgio Foscolo, per le legali e politiche l’Avv. Pisanelli; per le militari il maggiore Carrano; per le sacre il Prof. Giacopo Bernardi; per le arti belle il Pittore Camillo Pucci; per la musica il S. Marello; per le arti e i mestieri il toscano Franchini. Tranne quest’ultimo ch’è in Firenze, e il Bernardi che a Pinerolo, gli altri tutti dimorano in Torino. L’opera del Franchini, del Manzoni, del Leopardi, de’ due compilatori sarebbe la più rilevante. Agli altri bisognerebbe contentarsi di chiedere che correggano sole le definizioni e i più grossolani errori di scienza che fossero negli esempi (parola cancellata: nelle giunte). Rifondere ogni cosa e fornire giunte ciascuno, porterebbe troppo e di spesa e di tempo» (lett. non datata, probabilmente del gennaio 1860, BNF, F. T. 116.17). La schiera era destinata in breve a crescere oltre misura, tanto da porre alla fine seri problemi di riconoscimento e di inventario (> Collaboratori).

 

XVII. L'ingresso di Bernardo Bellini.

La designazione del Bellini non dovette risultare al Tommaseo particolarmente gradita, ma l'autore di un fortunato dizionario bilingue Latino-Italiano, aveva dalla sua molte prerogative. Prima di tutto quella disponibilità, quelle energie, quella dedizione di cui l’impresa aveva assoluto bisogno (avrebbe tra l'altro dovuto raggiungere periodicamente il suo collega a Firenze per sottoporre gli articoli a revisione). Così il Pomba ne accenna a Tommaseo: «Le facciamo noto che negli scorsi giorni parlammo col Prof. Bellini per averlo a compilatore, sola persona che noi finora trovammo da potersi scegliere per un tal lavoro, certi che non manca ai suoi impegni, di che ne avemmo la prova nel lavoro del Dizionario Latino-Italiano e viceversa, fatto tutto da lui, lavoro che […] conosce e per cui consentì alla scelta, ed abbiamo stretto il patto del quale domani si farà la stipulazione per iscritto, nel quale si obbliga di dar materia di 29 o 30 pagine al mese, ma con esso solo non si potranno avere due fascicoli al mese come dobbiamo dare, se vogliamo vedere compito il Dizionario in quattro o cinque anni; bisognerà quindi che pensiamo ad altro compilatore, ma per ora si dà principio col Bellini soltanto, in seguito si vedrà di trovare un altro, […] non sarà cosa tanto facile».

            Come si può ben vedere la decisione fu presa unilateralmente da Pomba, determinato ad avviare questa volta l'impresa e ad averne il pieno controllo. Ne sia prova questa efficace istantanea: «Ordinariamente io lavoro 22 ore al giorno; sicché due sole ore mi restano pel necessario riposo. Di questo brevissimo sonno la mia natura è soddisfatta, e torno ancora gagliardo alla fatica. Talvolta però quando debbo correggere le stampe, l’aurora mi trova con la penna in mano. Dopo le mie brevi refezioni spesso per agevolarmi la digestione mi metto per un quarticello d’ora a saltabellare nello studio, indi rappicco il filo» (F.T. 116, 1, 12). Vero è che del grande impegno si lamentava poi con il Pomba: al «compilare per la parte mia il Dizionario a norma della Crusca, del Manuzzi, del Tramater, del Gherardini ecc, e di collocare le giunte sue e d’altri (già fatte e non da farsi, o da mandarsi dopo)» si aggiungeva il lavoro che sarebbe spettato al Valeriani, che era venuto meno all'impegno, e ancora il cumulo di richieste di Tommaseo. Se ne lamenta con il Dalmata con accenti di recriminazione: «Ella chiese che io avessi riguardo alle giunte della prima edizione del Manuzzi, il che io ho tosto incominciato a fare […] Mi raccomando il Dizionario del Fanfani, e l’ho sott’occhio. Ultimamente propose altri quattro libri, e questi gli ho provveduti per quel che l’angustia del tempo mi permetterà di cavarne […] E il dovere io collocare tutte le giunte degli scienziati anche pe’ vocaboli che a Lei spettano». Si trova così a dover lavorare, lamenta, «anche ventidue ore al giorno, senza neppure «il tempo per mangiare, bere, dormire, e vestir panni» (F.T. 116, 1, 12).

            Ma non basta. Anche i materiali inviati da Tommaseo possono destare scontento. Basti questo stralcio di lettera in cui Bellini si scusa della propria latitanza, dovuta al fatto che il lavoro gli porta via molto tempo: «I cartellini che mi si costringe di guardare paiono scompigliati dalle streghe; tanti ne mancano altri son guasti corrotti in modo incomprensibile con matita; altri non si possono leggere del tutto; alcuni altri c’entrano come il cavolo a merenda» (F.T. 116, 1, 6.). S’intuisce da queste poche righe il carattere ispido del personaggio: considerato quello notoriamente spigoloso del Dalmata, si può immaginare che l’intesa non fosse facile. Bellini sa peraltro di poter contare sul pieno sostegno di Pomba.

            Anche da Firenze giungono alla Direzione Utet recriminazioni non lievi. Particolarmente eloquente la lettera del 2 aprile 1869: «Il dover mio era fornirne di non inutili né superflue […] ma, quand’intendessi stare alla lettera del contratto, converrebbe attenersi a tutte le condizioni che son poste in esso; e non infrangere quelle che fanno comodo all’editore, e volere osservate le gravi a me, e nel contratto io […] non promettevo di cancellare o correggere dal lavoro del P. Bellini le osservazioni sbagliate, le ripetizioni del medesimo esempio nel medesimo articolo, i disordini frequenti, evidenti. Queste e altre simili cure io mi son prese e prendo pazientemente; e potevo non solamente infin dal primo ricusarle […] ma avevo ragione di rompere il contratto mio, non essendo giusto che io rispondessi d’un Dizionario il quale annunziavasi compilato secondo le norme da me proposte, e le norme da me proposte non erano volute seguire […]. Sarebbe pertanto assurda cosa richiamare un contratto che non è mai stato dall’altra parte osservato […]. Io, dal mio canto, lo ho soprabbondantemente osservato […]. Mi scusi Ella, signore, un po’ quanto ci siamo allontanati dal primo contratto, allontanati a mio carico, ad alleviamento degli editori. Io potevo fornire compilata da me, non piccola parte del Dizionario; e tale spesa è venuta via via sempre scemando, intantochè il Dizionario continuava a passare sotto il mio nome; io potevo delle mie infermità, che son pure un caso di forza maggiore, far mio pro per finirla, e nondimeno, in mezzo a incresciosissime contradizioni, perseverai» (BNF, F.T. 116, 23, 20).

            T. ricorda qui la clausola dell'infermità cui avrebbe potuto appellarsi venendo così meno all'impegno senza sanzioni, per ribadire la sua strenua dedizione al progetto.

 

XVIII. Dissensi metodologici Il nodo delle locuzioni

Sono molte le questioni di metodo che affiorano nei carteggi, specie con Bellini, e che denunciano la difficoltà, da parte di T., di difendere le regole fondative del Dizionario. Il nodo delle locuzioni, ad esempio, ritorna a più riprese: Tommaseo le vorrebbe accorpate al verbo, mentre Bellini insiste per altra collocazione, a carico della preposizione o del sostantivo (se ne lamenta con Pomba in lettera del maggio 1865: BNF F.T. 116, 23, 23); e non è parimenti d’accordo con l’identificazione, per ciascuna voce, delle corrispondenti latine e greche, da indicare a complemento del lemma, come d'uso nella tradizione lessicografica. Mentre a Torino si lamenta la complessità dei lemmi, da Firenze si rimprovera l’eccessiva libertà di manovra concessa a quello che avrebbe dovuto essere il suo collaboratore: un ‘braccio destro’ che si era rivelato un temibile concorrente, non di rado tenace nei convincimenti e determinato a difenderli. I nodi vengono al pettine in lettera non datata di T., dove ricorda i due principali capitoli di controversia: il trattamento delle parole composte, e la collocazione delle voci latina e greca a fianco di quella italiana: «Quand’Ella cortesemente disse che il Dizionario, condotto al modo ch’io l’intendevo, sarebbe il migliore di tutti, ma che non era possibile tener quella strada, io le risposi che, per non troppo discostarmi nell’apparenza dall’altrui lavoro, io potevo non rendere evidente con troppa suddivisione d’articoli l’ordine delle idee, ma che nell’intrinseco a quest’ordine io intendevo attenermi. Ella soggiunse che le locuzioni composte d’una particella e d’uno o di più altri vocaboli, come a capo di fatto, a capo in giù, a capo innanzi, invece di collocarle sotto la voce principale, com’io proponevo, credeva doverle lasciare sotto la particella, io (rispettando le sue nozioni delle quali la principale era dedotta dalla impossibilità del fare la rifusione nel breve tempo concessole), non però mutai l’opinione mia né potrei quindi permettere ch’altri la creda mutata.| Io credo che il soggiungere alla voce italiana, la voce latina o la greca, quasi corrispondenti, non si possa in specie in tutte quelle idee nuove che i Greci e i Latini non avevano per l’appunto quali gl’italiani d’adesso con la lingua loro le esprimono e concepiscono. Ella crede che, altri dizionari così facendo, giovi seguirne l’esempio. Io non ho disputato neanche di questo, ma riconoscendo che le ragioni sue possano a non pochi parere accettabili e lasciando che anco agli articoli da me compilati Ella apponga il Greco e il Latino, purché sappiasi apposto da Lei, non mi sento di poter disdire il già detto pubblicamente (lett. non datata, ma verosimilmente del 1860, BNF. F.T. 116, 3, 2).

            Il riferimento era a quanto scritto nel Saggio del 1858, dove un paragrafo è dedicato a questo tema. Non dovette essere un confronto facile. Certo che ne derivò la sempre crescente avversione di T. a scrive la Premessa del Dizionario, se mai la volontà di delimitare le proprie responsabilità contrassegnando con una sigla di possesso.

 

XIX. Motivi di scontento di T.

 L’esplorazione delle carte porta del pari alla luce, come si è visto, la difficoltà dell’impresa dal punto di vista del suo maggiore artefice. Interessano qui non tanto le questioni di natura organizzativa, quanto quelle di sostanza, che impedirono di fatto al Dalmata di assumere la ‘paternità’ esplicita dell’edificio cui aveva consacrato le forze migliori della maturità e della vecchiaia. Tra i motivi più gravi di scontento il fatto che il vocabolario non aveva il respiro che il suo ideatore avrebbe desiderato: specie nei riguardi della lingua viva, cui tanto teneva, e che gli pareva troppo poco rappresentata: «[…] nelle giunte che dimostrino la ricchezza e l’uso del linguaggio vivente, importa abbondare, acciocchè questa lingua italiana la cui ricchezza è tanto dai pedanti vantata, non appaia men ricca di quel che sono ne’ lessici la greca e la latina morte, di quel ch’è la francese, della cui povertà parlano con tanto dispregio i pedanti» (così in lettera al Pomba del 31 dicembre 1868, BNF, F.T. 116, 23, 18).

            Di qui la ferma richiesta di esplicitare la propria limitata responsabilità autoriale: «Nel titolo sarà detto di sole le giunte fornite da me, senza proemio né altro: e in ogni annunzio saranno evitate tutte le parole le quali possano dare a credere ch’io rispondo dell’opera intera. E s’altri per isbaglio spacciasse altre voci, sia a me facoltà di smentirle, e ne sia obbligo agli editori. In qualunque spazio di tempo sia composta la stampa, col dare le cinquanta mila giunte e gli articoli rifusi, il dover mio sarà bell’e adempito» (la lettera, non datata, si deve collocare in prossimità della firma del contratto dell'aprile 1860: BNF, F.T. 116, 17, 11).

 

XX. La sigla T.

Si comprende il puntiglio della sigla «[T.]» che costella ogni piega delle voci: il Dalmata vuole delimitare quanto possibile il suo contributo. A malincuore l’editore acconsente a questa continua e puntigliosissima presa di distanza: «Diversi sono già i modi proposti per distinguere gli articoli dati da V. S. e poi le Giunte da Lei fornite, ma nessuno di essi mi garba totalmente. Io pertanto direi di mettere in principio degli articoli il T. come è adesso, che è di carattere in majuscolo, e di premettere alle giunte su un T. majuscoletto, cioè un poco più piccolo: se così Ella crede vada bene, così si farà: non si è fatto ora nelle bozze che le mando ma si correggerebbe secondo questo sistema in casoche V. S. lo approvi». 53 E così si presenta anche ai lettori di oggi, che di certo non bene comprendono il pullulare della sigla: un vessillo, un limite certo che T. ha voluto innalzare a tutela del proprio lavoro in un periodo, conviene dirlo, di polemiche spesso aspre e graffianti su questioni di lingua. Non senza che Bellini, sarcastico, glielo rinfacci, quando le correzioni apportate risultino sgradite, come in lettera del 1865 (l’indicazione cronologica non è circostanziata), dove si tratta della difficile compagine della voce fare in corso di allestimento: Bellini, esasperato dalla difficoltà di sistemare le giunte, sollecita il Dalmata a prenderla in carico: «Credo che meglio sia il far ciò, perché altrimenti, ella sarebbe costretto a rifondere l’articolo. Che se pure tuttavia ella mettendovi mano avesse a farci troppe cose intorno, ponga in fronte all’articolo la luminosa stella d’un [T.] e sel faccia proprio» (F.T. 116, 1, 19).

 

XXI. L'ingresso del Meini

Sulla conduzione del Meini che, dalla lettera S in poi, prende in mano il Dizionario abbiamo pochi documenti. Ma di certo, dopo aver seguito per anni Tommaseo nel suo lavoro, il lessicografo era in grado di portare avanti l'impresa e di condurla in porto sfruttando lo schedario, già in gran parte predisposto, delle ultime lettere dell'alfabeto. Sulla scorta del quale tra l'altro era calcolato il compenso da corrispondere ai figli. A lui tocca l'onerosissima Tavola delle Abbreviature e quella Premessa che Tommaseo aveva sempre evitato e che Meini redige con ampiezza di cognizione, misura, autorevolezza.

            Così giunge in porto un’opera che non sarebbe più uscita di scena, a differenza di tante altre coeve, e pure di indubbio valore: anzi si può dire che rinasca oggi, on line, a nuova vita, più piena e più aperta ancora alla fruttuosa consultazione di intellettuali e studiosi del nuovo millennio. E forse il segreto del suo successo sta anche nella somma incalcolabile di risorse intellettuali che seppe convogliare tra le sue pagine; nella spinta ideale condivisa, questa sì, pienamente, anche dall'editore, e da quanti ebbero occasione di contribuirvi.

[Donatella Martinelli]

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