L'avvio del Dizionario
non è facile: e qui davvero Giuseppe Pomba, avanti negli anni (era nato a
Torino il 4 febbraio 1795) e in condizioni di salute malferme, diede una grande
prova di fermezza e di lucidità nell'accordare esigenze diverse e nel dare
avvio all'impresa, di cui ricostruiamo le linee maestre sfruttando i documenti
raccolti in Carte e carteggi (per tutti gli altri dati, richiamati sommariamente,
si fa riferimento a Martinelli 2021: chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://media.agiati.org/page/attachments/16.pensare-gli-italiani-i-martinelli-donatella.pdf).
I. L'anno
di preparazione
Nel 1857 Giuseppe
Pomba si accinge alla progettazione della grande impresa editoriale. Con
quarant'anni di esperienza nel campo dell'editoria sa bene che la fase più
delicata dei grandi cantieri è quella della progettazione. I problemi sul
tappeto sono tanti: l'organizzazione (la direzione, i collaboratori, i
revisori), la divisione dei compiti, gli strumenti e gli spazi di lavoro e,
ovviamente, le previsioni di spesa, per non citare che i maggiori. Il vecchio
Pomba, tra il '57 e il '58, sa di giocare la sua partita più impegnativa ed è
determinato a entrare in tutte le questioni, comprese quelle linguistico-lessicografiche,
almeno per i temi maggiori. È particolarmente attento all'ingresso del lessico
tecnico-scientifico (durante l'allestimento dell'Enciclopedia ha potuto toccare
con mano quanto sia urgente il suo ingresso nel dizionario), ma nello stesso
tempo nutre perplessità su altre questioni. Dimostra una stima incondizionata massima
stima nei confronti di Tommaseo, tanto che nemmeno nei momenti più difficili,
che sono più d'uno, pensa di relegarlo a un ruolo marginale, come pure, in
certe circostanze, il Dalmata auspicherebbe. Il carteggio (di cui abbiamo
potuto fornire solo un regesto, con poche lettere riprodotte parzialmente o integralmente
> Documenti) è un mirabile esempio di gentilezza nella forma e insieme di determinazione nella sostanza; di
condiscendenza, quanto possibile, e di fermezza sulle questioni di fondo; di
umiltà, quando si entra in valutazioni nelle quali non ha titolo a pronunciarsi
e, viceversa, di piena autorevolezza in quelle che pertengono al suo campo di
azione e alla sua consumata esperienza di editore. Indiscutibile la sua
personale levatura intellettuale e politica, quando si trova a giudicare del
significato dell'impresa, e il suo insostituibile valore nella presente
contingenza storica.
Quanto mai importante il documento
datato 25 maggio 1857 (conservato in copia nell'archivio di Torino: > Documenti)
in cui Pomba, in previsione del contratto da stipulare, insiste sulla necessità
di un Direttore con pieni poteri: «un direttore è necessario, perché ci sia un
arbitro supremo per tutte le particolari controversie, concernenti il
vocabolario. Si desidera un articolo, col quale si stabilisca che la condotta
generale dell'opera e delle sue parti rimanga assolutamente affidata al
Tommaseo, il quale dovrà regolarla, secondo il suo accorgimento, e la sua
coscienza. |Questo articolo è necessario, per premunirsi contro le fraudolente
eccezioni, che potrebbero muoversi intorno alla condotta dell'opera
dell'editore, qualora costui trovasse utile di sospendere la pubblicazione dell'opera».
La sua prima
preoccupazione è quella di procurare gli strumenti di lavoro e di mettere a
disposizione una stanza di consultazione per quanti lavorano al Dizionario.
Nel giugno del 1858 Zecchini procura a Tommaseo il Vocabolario universale
italiano (1829-’40) del Tramater, e il Supplimento a’ vocabolari
italiani del Gherardini (1852-’57), cui si aggiungono via via gli strumenti
di lavoro utili, oltre ad una stanza in Utet dove i collaboratori possano
svolgere il loro lavoro (vedi § VI).
II. I grandi consulenti: Campi e Manzoni
Pomba sa bene
che, per imprese di tanto respiro, serve un gruppo di consulenti che possano
affiancarlo nelle scelte, intervenire al bisogno e consigliarlo nei momenti
difficili. Le figure di cui abbiamo notizia attraverso i carteggi sono
numerose, ma ne spiccano fin da subito due che accompagneranno l'impresa sino a
compimento. Uno è Giuseppe Campi, studioso di lungo corso e di provata
esperienza (ben noto a Tommaseo che lo frequenta sia in gioventù a Padova che in
esilio a Parigi) , specie per i testi antichi, in grado di entrare nel merito
delle questioni più delicate (come quella delle abbreviazioni, del trattamento
di latinismi e voci antiche ecc.), che non potendo lavorare a nuove giunte,
data l'età avanzata, promette le 30.000 giunte raccolte negli anni di lavoro in
Francia (si veda le lett. di Campi a Pomba, datata 28 maggio del 1858, proprio
alla vigilia della pubblicazione del Saggio, > Documenti). Ottiene dall'editore che il compenso per la sua
collaborazione gli sia corrisposto sotto forma di vitalizio annuo di lire 1.200
«per cessione delle varianti sulla Divina Commedia [...] e delle giunte (circa
40 mila) e correzioni al vocabolario della Crusca» (così, a illustrazione del
contratto perfezionato il 22 ott. 1859 G. Canevazzi, citato in DBI, ad
v. Giuseppe Campi curata da P. Treves).
Propone inoltre
direttamente a Tommaseo un suo programma di Dizionario (>Documenti), di
cui certamente il Dalmata tenne conto. In
altra lettera del 28 maggio 1858 (DOC.STOR.2 1-93) fa presente le sue
correzioni al Saggio prossimo alla pubblicazione raccomandandone la
lettura anche ai tre compilatori che affiancano Tommaseo. Consigliato da Campi l'altro
grande consulente: Giacomo Manzoni, grande bibliofilo, appassionato di lingua e di vocabolari e
sodale del Tommaseo in Francia e a Corfù. Purtroppo, entrato in crisi il primo
progetto con la causa Camerini, Manzoni lascia temporaneamente il campo,
chiamato in Romagna da importanti interessi economici e politici. Ma poi
tornerà a essere sempre presente, sia pure in modo discontinuo, nei momenti più
difficili.
Molti altri personaggi si muovono
ovviamente intorno all'impresa: ricorderemo qui almeno, una volta impiantato il
cantiere a Firenze, il Vieusseux, che naturalmente ha lunga familiarità con il
Pomba e interviene nei momenti delicati, offrendosi quale mediatore soprattutto
per le questioni economiche. Senza contare il gruppo di esperti facenti parte
della casa editrice cui abbiamo dedicato un paragrafo a parte.
III. Il
primo contratto (> Carte e carteggi)
La
compilazione del vocabolario prevedeva come primo avviamento la correzione,
l’integrazione e l’ammodernamento della base lessicale della Crusca
ottocentesca rivisitata dal Manuzzi, del vocabolario di Napoli – il Tramater –,
di quelli del Fanfani e del Gherardini con nuovi vocaboli e giunte tratti dalla
tradizione letteraria italiana, da autori del Sette e Ottocento, dall’uso vivo
toscano (reso più accessibile dal soggiorno del Tommaseo nel capoluogo
toscano), ma anche da risorse provenienti da tutti i dialetti della penisola e
dal linguaggio tecnico-scientifico e delle arti, per cui vennero scelti
collaboratori ad hoc per ogni materia (> Storia del Tommaseo-Bellini §
6).
Nella primavera del 1858 serpeggia in casa editrice un
notevole ottimismo, di cui sono espressioni le disposizioni impartite ai
collaboratori (> Carte e carteggi: Ordine, Aiuti, Promemoria)
e soprattutto il Saggio del 30 giugno 1858, dove il Dizionario è
prefigurato nelle sue linee maestre con esemplare semplicità e chiarezza.
III. I tre collaboratori
I primi
collaboratori designati a mettere in pratica le direttive studiate per il
lavoro furono Torre, Fogliani e Camerini. Il lavoro di compilazione è affidato
a loro fin dal primo contratto: devono cioè operare lo spoglio dei Dizionari
maggiori, l'allestimento del lemma, con inserimento opportuno delle giunte,
secondo le indicazioni contenute nei testi di riferimento (> Documenti > Norme,
Aiuti, Ordine). Un lavoro lungo e impegnativo, in quanto ogni esempio
addotto dai repertori deve essere copiato su scheda prima della fase di
scrutinio e di ordinamento.
Allorché il
lavoro relativo alla lettera A giunge nelle mani di Tommaseo si evidenziano
gravi problemi. Dalle carte dell'Archivio di Torino emerge in proposito un documento
di notevole interesse.
IV. La
grande crisi. La correzione delle bozze della lettera A
La Replica
ai rilievi di Tommaseo è un elenco di osservazioni, effettuate dai collaboratori,
alle bozze in colonne relative alla lettera A sulle quale il Tommaseo ha
apposto i suoi rilievi critici all'operato dei collaboratori. Non possediamo l'originale
di T., ma possiamo non di rado arguirne il contenuto in base al tenore delle osservazioni,
per lo più risentite, dei compilatori (il documento non è tuttavia sottoscritto).
La presenza di un cenno al Saggio ci consente di fissare come terminus
post quem il 30 giugno 1858.
Ne riesce uno spaccato davvero molto
vivace e istruttivo delle sulle difficoltà incontrate dai collaboratori, a
cominciare dal dissenso su questioni di ordine generale (preferibile, ad
esempio, la sigla «V. L.», utilizzata dalla Crusca per i latinismi, in luogo
della croce che contrassegna le voci cadute in disuso) per arrivare, più in
generale, alla difficoltà di applicare quelle Norme che Tommaseo aveva
impartito (circa la necessità di delimitare, ad esempio, le citazioni, o di controllarle
ricorrendo ai testi di riferimento, e infine di aggregarle opportunamente); senza
contare la difficoltà di intervenire a commentare, quando necessario, l'esempio
prodotto, così da renderlo pienamente perspicuo.
Insomma
il cantiere dovette apparire subito ai compilatori, fin da questa prima prova,
nel momento in cui occorreva calare le disposizioni avute nella prassi
lessicografica, un terreno impervio, dove occorreva muoversi con estrema
cautela, molto scrupolo, gran dispendio di energie e di impegno.
Non mancano nel documento recriminazioni
a carico del Direttore, colpevole di avere impartito indicazioni di lavoro
contraddittorie, e osservazioni polemiche sulla preferenza da accordare ad
altre soluzioni migliori (del Manuzzi in particolare); talvolta anche insofferenza
per un atteggiamento troppo severo (il severo censore è bollato più volte con
il titolo di ipercritico).
Emerge insomma quel clima di sempre
maggiore insofferenza, che sfocerà di lì a poco in una crisi profonda e nell'abbandono
del lavoro da parte di Torre e Fogliani, pronti ad arruolarsi nella seconda
Guerra d'Indipendenza. Sappiamo dalle parole di Pomba che Fogliani e Torre «abbandonarono
essi stessi il posto» (Secondo contratto): un'uscita di scena volontaria
solo in apparenza, come ben sappiamo. Pomba decide allora di sospendere i
lavori: Camerini reclama il compenso pattuito e decide di adire le vie legali. L'editore,
probabilmente per non alimentare polemiche di certo negative e dannose per
l'impresa, accetta di pagare quanto stabilito in tribunale, chiudendo quanto
prima la controversia (> Storia del Tommaseo-Bellini). Nel frattempo «il
lavoro venne sospeso dopo stampati i cinque primi fogli contenenti fra altro
l’articolo redatto per intero dal Sig. Tommaseo ed il resto dei cinque fogli,
lavoro di uno dei tre compilatori, rifatto e […] però quasi intieramente dal
Sig. Tommaseo e da essi liberati per la stampa» (Secondo contratto).
V. Il 'ricatto'
di Camerini
La situazione
era comunque assai delicata dal momento che il letterato piemontese, lasciando
la Utet dopo la denuncia per recarsi a Milano, aveva depositato i libri
procuratigli da Pomba per i lavori e le schede pronte per il dizionario,
depositandole presso un amico ebreo (lettera di Tommaseo a Manzoni, in data 5
dicembre 1859: Giacomo Manzoni 1999, p. 306).
Non è dato quantificare l'entità dei
materiali in deposito, diciamo così, cautelare; né l'impatto negativo sui
lavori. Di certo la situazione dovette preoccupare non poco Pomba e rallentare la
ripresa dei lavori nel 1959. I materiali finalmente si trovarono, forse per le
burrascose vicende di cui si è detto, in stato di grande confusione. Fu messo
al lavoro di riordino un funzionario della Utet, Stella: lavoro delicato e
impegnativo che richiese tempo e pazienza (vedi lett. dell'8 febbraio 1860, Carteggio
Tommaseo- Manzoni, p. 311).
VI. Da
Torino a Firenze. La divisione del lavoro
I lavori
dovevano essere riavviati da poco quando Tommaseo, nel luglio 1859 T., decide
di lasciare Torino per Firenze, convinto
come era che, «se per correggere e integrare con nuovi vocaboli tratti dagli
scrittori il basamento lessicale della Crusca si poteva operare in qualsiasi
parte d’Italia, per il resto, e in particolare per le “giunte riguardanti gli
usi della vita domestica e le arti”, era indispensabile il soggiorno di
Toscana» (Fanfani 2005): il vocabolario si distingue infatti, tra gli altri pregi,
anche, com’è noto, per la ricchezza di esempi tratti dall'uso vivo. Anche per
questo Tommaseo deve rivedere il piano di lavoro, circoscrivendo e delimitando
il proprio ruolo. Nel contratto definitivo, siglato nell’aprile del 1860, si
impegnava infatti a fornire, da Firenze, oltre alle giunte, un terzo dei lemmi
del vocabolario, mentre la parte materiale del lavoro, lo spoglio dei repertori
accreditati e l’impostazione generale dell’opera, insieme alla compilazione
delle restanti voci, veniva assegnata a Bernardo Bellini, residente a Torino,
che diviene il principale collaboratore dell’opera. È una soluzione forse non
facile da accettare, ma che avrebbe garantito però a Tommaseo vantaggi notevoli.
Il 18 gennaio 1860, in un poscritto, Pomba informa Tommaseo di aver affidato «l’incombenza
di metter in ordine le cartine e i libri nella stanza del Dizionario, per veder
quello che occorrerà spedire a Firenze» (BNF, F.T. 116, 18, 17).
VII. Il
secondo contratto
Si colloca a
questo punto non un nuovo contratto, ma una revisione del primo (a integrazione
e correzione del precedente), che merita un'attenzione particolare, perché
testimonia la volontà di Pomba di rilanciare il lavoro, dopo la prima 'falsa
partenza', ma anche di tenere ben salde le briglie dell'impresa, armonizzando
le esigenze diverse. La situazione è
davvero molto delicata; non è concesso fallire una seconda volta. Sappiamo che
il nuovo piano fu preparato a Torino, di concerto con Giacomo Manzoni che ne
scrive a Tommaseo in una lunga missiva (> Documenti >).
Vengono riformulati
puntigliosamente gli oneri che competono a T. in ordine alle correzioni e alle
giunte, alle voci importanti che assume di compilare interamente, e introdotte clausole
di salvaguardia in caso di abbandono dell'impresa (ammesso solo per gravi
motivi di salute); limiti di partecipazione a imprese potenzialmente
concorrenti; termini perentori di consegna; minute definizioni delle
obbligazioni della società («Se malattia o altro impedimento del S. T.
prolungasse la stampa egli intanto non avrebbe diritto se non alla parte di
compenso che corrispondesse proporzionalmente alle giunte fornite da esso»).
Tommaseo poteva sentirsi sollevato in parte dal giogo di responsabilità onnicomprensive,
ma doveva però sentire forte il peso di adempimenti che lo vincolavano
all'impresa con patti ferrei.
Si ricorda che, in prima battuta,
s'era pensato a un compenso complessivo di 20.000 lire («la metà per prezzo
delle giunte e di qualche articolo tutto suo e l’altra metà per la Direzione e
revisione del lavoro»), ma poi T. aveva voluto sgravarsi della seconda parte di
supervisione, da affidare al Conte Giacomo Manzoni. Resta al Dalmata «l’obbligo
di fornire le cinquanta mila giunte si è convenuto e invariabilmente stabilito»
(Secondo contratto). Non a caso, nella tarda lettera al Pomba del 2
aprile 1869, quando ormai era in grado di considerare con sufficiente distacco
la strada percorsa, T. lamenta questo 'giro di vite': «Mi scusi Ella, signore,
un po’ quanto ci siamo allontanati dal primo contratto, allontanati a mio
carico, ad alleviamento degli editori» (BNF, F.T. 116, 23, 20). Il computo
delle giunte, inoltre, era minuto e tirannico (basti dire che quelle già
apparse nella Nuova proposta non furono considerate).
Il problema dei collaboratori
è delicato: T. né può né vuole farsene carico, ma il Pomba sa che sono
assolutamente necessari («Il Dizionario della Lingua Italiana si farà per cura
della società in Torino, da nuovi compilatori dalla medesima scelti, anche col
consiglio del Sig. Tommaseo non più al metodo che il medesimo da prima
proponeva, non potendolo assistere lui stesso direttamente, ma coi metodi
migliori fin qui usati»). Avranno in carico gli spogli dei dizionari maggiori,
e la collocazione delle giunte fornite da T., Campi e Meini.
In lettera del Manzoni a Tommaseo
del 25 gennaio 1860, sappiamo che si pensavano ritenevano necessari cinque
collaboratori: «1° per ordinare i fogli, e tenere la corrispondenza, 2° per
copiare i cartellini della Crusca, 3° per scegliere dagli altri dizionarii dai
librii gli articoli mancanti alla Crusca, 4.° per copiare i cartellini in fogli
domandare alla stampa, e leggere a voi la copia in pulito, 5.° per copiare
sotto la vostra dettatura, che è diverso dalla compilazione generale. Il terzo
e il quarto vogliono essere collaboratori che sappiano bene il fatto loro. A
Firenze si troveranno assai più facilmente di quello che a Torino, ma se il
corso del vivere è, come mi dire, cresciuto da quel che era anni addietro (e
coll'annessione crescerà ancora), non li troverete a meno di 150 franchi al
mese, trattandosi di lavoro assiduo, e diligentissimo. Poniamo che gli altri
tre vi costino 300 franchi. Sono 600 franchi. E se al fatto codesti aiuti non
bastassero a voler compiere il Dizionario in
quattro anni? Vero è che per la collaborazione si sono computati fr. 10,000
all'anno, e che 600 franchi al mese non danno che fr. 7,200; ma restano da
mettere in conto gli aiuti per i vocaboli di scienze ed arti, dei quali faceste
dieci o undici divisioni assai più comprensive delle prime. In conclusione,
pensate bene questa parte di compilazione, perché non v'abbiate a trovare con
maggiori pese che non crediate». Se ne ricava tra l'altro conferma del ruolo
assolto da Manzoni nell'avvio dell'impresa e insieme degli oneri organizzativi
incombenti su Tommaseo col trasferimento a Firenze, dove non poteva contare sul
supporto dell'editore soprattutto per le questioni organizzative e economiche (>Documenti).
Nei nuovi accordi non mancano punzecchiature
anche per il Tommaseo, che sarà tenuto a consegnare «cinquanta mila giunte
disposte e scritte in modo da potersi tal quali stampare e non com’erano le
prime da rivedersi ancora, e per questo riceverà le dieci mila lire pattuite
nel primo contratto» (Secondo contratto, art. 3). Segno che le contestazioni
dei primi collaboratori avevano lasciato il segno. E si fa il punto sulla
situazione contabile: «Due mila ottocento da lei ricevute per le prime
quattordici mila giunte che consegnò e che ora dovrà rifare o rettificare
acciocché nella sua lontananza si possano collocare senz’altra revisione, e
queste sue giunte saranno distinte nella stampa con T per conservar loro
l’originalità».
La controversa questione della sigla
di riconoscimento, la sigla T (di cui si dirà per esteso più avanti), appare
ormai accettata. Significativo il fatto che la richiesta, avanzata dal Dalmata,
di curare i lemmi maggiori sia, per così dire, contingentata e condizionata a
scadenze certe: «l’elenco almeno lettera per lettera, acciò non vengano fatti
dai compilatori ordinari e questi però non dovranno eccedere il numero di
quindici pagine, né riuscir meno di dieci pagine per ogni fascicolo di pagine
quaranta o fogli cinque l’un per l’altro». In numero delle giunte è fissato in
anticipo: «Quand’anco il numero delle giunte oltrepassasse di molto il patto,
nulla dovrebbero di più gli editori»: un vincolo, questo, che doveva essere
percepito, in verità, come un giogo, cui T. oppone fermamente la richiesta di
assumere, nell'impresa, una
responsabilità limitata: «Nel titolo sarà detto di sole le giunte fornite da
me, senza proemio né altro: e in ogni annunzio saranno evitate tutte le parole
le quali possano dare a credere ch’io rispondo dell’opera intera».
VIII.
Il lessico scientifico
Importante
anche la questione, che qui torna a essere sottolineata, del lessico
scientifico: la scelta delle persone più autorevoli spetta alla casa editrice,
mentre a T. tocca la sola supervisione (vedi § XVI).
IX.
Il compenso
C'è
poi la questione non secondaria del compenso: la società «gli corrisponderà per
questi articoli suoi lire Italiane Venti per ogni pagina del Dizionario a tre
colonne. La consegna di questo lavoro avrà luogo nella quantità suddetta in
ogni mese appena incominciato il lavoro» (Secondo contratto. art. 4). Le
bozze arriveranno al T. «non compaginate» (quindi ancora passibili di
aggiustamenti): T. potrà dare un'occhiata e dire la sua anche in zone non di
diretta pertinenza, ma senza assumersi responsabilità di quanto fatto da altri.
Un compromesso che tradisce il diniego di T. ad assumersi impegni di ordine
generale, anche a fronte delle reiterate richieste del Pomba.
Finalmente nel febbraio del 1860 il
cantiere è pronto a rimettersi in moto , o quasi, perché ancora non si trovano
alcuni materiali già pronti, lamenta Manzoni («l'A da voi abbreviato»:
verosimilmente le bozze sulle quali Tommaseo aveva introdotti tagli agli
esempi), e malauguratamente non disponibili (neppure Luigi Pomba sa dove
cercare: «non sa dove il Cavaliere l'abbia lasciato, se qui o a Chieri, o a
Nizza dove è da più mesi», Carteggio Tommaseo-Manzoni, da Torino, in
data 8 febbraio 1860, p. 311). Vengono peraltro concesse alcune agevolazioni
necessarie.
X. Il segretario e copista Le Brun
Forte della disponibilità
manifestata dall'editore in ordine agli aiuti indispensabili T. chiede di
potere ingaggiare Ariodante Le Brun. Così, in lettera al Pomba del gennaio
1860: «Ho chiamato il S. Ariodante Lebrun, già mio scrittore, maestro adesso
nella terra di Settignano; e domandatogli a che condizioni verrebbe egli ad
assistermi nel mio lavoro. Mille dugento lire egli chiede; e abbandonerebbe un
assegnamento sicuro per me che domani potrei morire, o vedere impresa
interrotta da un di que’ tanti casi che seguono anco in tempi più sicuri di
questo in cui siamo. Ella dunque risolva al più presto, giacchè io in tale
angustia non posso durare più a lungo».
XI. Spedizione speciale dei dizionari utili
È necessario inoltre inviare a Firenze i repertori indispensabili al
lavoro. Vi si fa in lettera del Tommaseo del maggio 1860, quando, da Firenze, accusa
ricevuta dei volumi spediti da Torino in servizio del Dizionario: «Ricevo il
pacco, il quale contiene il Dizionario dell’accademia francese in due volumi
col terzo di complemento, il Gherardini, del quale nel primo volume mancano le
prime sessantaquattro pagine che per l’appunto facevano di bisogno; il Manuzzi,
del quale i primi tre fascicoli mancano: e non ricevo i cartellini di giunte né
altrui né miei, necessari al lavoro. Quanto al Gherardini, vedrò d’aiutarmi
alla meglio: ma dei primi del Manuzzi non mi pare poter fare senza. E altri ne
sono già usciti i quali la prego di dare ordine al S. Vieusseux, che siano
lasciati a me, non inviati a Torino. Esso Vieusseux mi ha già dato la nuova
Crusca di grazia solleciti l’invito de cartellini occorrenti» (BNB, F.T. 116,
22, 22).
Se ne evince che il
trasferimento del cantiere da Torino a Firenze non fu impresa facile, e che
molti lessici conservati nel Fondo della BNF sono appunto questi, messi a
disposizione dal Pomba. Sui materiali mancanti torneremo più avanti.
XII. Preoccupazioni per la foliazione
Non ultima
preoccupazione per Pomba in questo momento cruciale di varo dell'impresa è
l'estensione che è venuta assumendo la lettera A: «Si calcola naturalmente 300
pagine. In libreria e tipografia è […] che la lettera A è la […] parola di un
Dizionario o Vocabolario qualunque. Dunque se continuasse per il seguito del
Dizionario la proporzione delle pagine date da […] per la A, arriveranno ad
avere per 12 volte 200 pagine -3600 pagine. Ma le fo osservare che il manifesto
nostro promette al pubblico quattro volumi di 1200 pagine ciascuno, cioè pagine
4800». Il carteggio documenta la
preoccupazione costante per la foliazione eccessiva ed è costellato da computi assillanti
delle pagine a stampa.
Così T. si difende dall'accusa di
aver fatto lievitare il Dizionario: «Io fo quel che è in poter mio; dare
tutta quella ricchezza che è fornita dai Dizionarii e dalle giunte affidatemi e
dall’uno toscano a me noto (perché tralasciarne parte, mi parrebbe un mancare
al mio debito, un fare torto e all’Italia e agli editori,) ma insieme quanta
ricchezza […] nel più breve spazio che si possa, omettendo gli esempi che nulla
aggiungono, dalle voci antiquate non dando che le citazioni per lo più,
ajutandomi d’abbreviature e di scorci, quanto la chiarezza consente. E nessuno
m’ha, credo, accusato di ricercata verbosità fino ad ora. Fatto è che il lavoro
della nuova Crusca io lo riduco a meno della metà, e ne raddoppio la ricchezza,
fra esempi e dichiarazioni, e voci o modi fin qui non notati. Faccia altri il
simile; ed il Dizionario non passerà di molto i limiti dall’editore prefissi».
XIII. Il
computo delle giunte
Già nel primo contratto si definisce esattamente quante giunte il T. dovrà
introdurre, ma anche e soprattutto cosa si deve intendere per 'giunta': non
solo gli esempi nuovi ricavati dagli spogli, o dall'uso, ma anche «le nuove definizioni di termini non scientifici, le etimologie, le
integrazioni o emendazioni dei testi, gli avvertimenti sull'uso vivente, sulla
proprietà delle voci e de' modi». Nel contratto sarebbero toccate a T. 50.000
giunte, cioè la metà esatte delle totali.
XIV. I fornitori di giunte
Il Pacco 116
ci offre anche la possibilità non tanto e solo di identificare i fornitori di
giunte, ma talora di individuare esattamente i manoscritti che le contengono. Non
tutti i documenti si trovano nel Fondo fiorentino: valga il caso delle giunte
di Cesare Cantù finite a Zara (D. Martinelli, I carteggi del Cantù.
Corrispondenti di lingua e di lessicografia italiane, in Tra
i fondi dell'Ambrosiana. Manoscritti italiani antichi e moderni, a cura di
Marco Ballarini - Gennaro Barbarisi - Claudia Berra - Giuseppe
Frasso, Milano, Cisalpino, 2008, pp. 603-26). La gran parte dei documenti
quasi certamente aspetta di essere identificata, con debito riconoscimento per
coloro, noti e meno noti, che offrirono il frutto dei loro studi a beneficio
del Dizionario: esemplare il caso qui esaminato delle giunte del Padre
Corsetto (> Carte e carteggi).
XV. La correzione delle bozze
Il giro di bozze è un passaggio molto delicato, data
la sua articolazione in due cantieri molto distanti tra loro. In lett. del
29 ottobre 1860 lo Zecchini annuncia a Tommaseo la spedizione delle bozze di
stampa relative alla lettera A: per ottimizzarne la correzione propone l’invio
di una sola copia sulla quale ogni compilatore, a turno, potrà annotare le
proprie osservazioni (F.T. 116, 29, 31). Di certo una composizione in colonna
da cui ricavare l'impaginato definitivo. È verosimile pensare che questa
restasse poi la prassi consolidata.
XVI. Collaboratori
aggiunti
Nei mesi
di progettazione del lavoro la questione dei collaboratori è sempre in primo
piano. Pomba ha in mente un ventaglio di nomi prestigiosi: «Due compilatori
richiederebbersi a questo, de’ quali lo scrivente vedrebbe e aiuterebbe il
lavoro: Ario Dante Fabretti, Giuseppe Vollo. Le voci francesi da contrapporre
alle italiane invece del latino e del greco, sarebbe atto a sceglierle Pietro
Leopardi; per le etimologie, e le parole geografiche e storiche appartenenti
alla lingua italiana in modo suo proprio, il C. Giacomo Manzoni; per le scienze
mediche e naturali, il Dott. Angelo Fava; per le matematiche e la nautica il
Prof. Giorgio Foscolo, per le legali e politiche l’Avv. Pisanelli; per le
militari il maggiore Carrano; per le sacre il Prof. Giacopo Bernardi; per le
arti belle il Pittore Camillo Pucci; per la musica il S. Marello; per le arti e
i mestieri il toscano Franchini. Tranne quest’ultimo ch’è in Firenze, e il
Bernardi che a Pinerolo, gli altri tutti dimorano in Torino. L’opera del
Franchini, del Manzoni, del Leopardi, de’ due compilatori sarebbe la più
rilevante. Agli altri bisognerebbe contentarsi di chiedere che correggano sole
le definizioni e i più grossolani errori di scienza che fossero negli esempi
(parola cancellata: nelle giunte). Rifondere ogni cosa e fornire giunte
ciascuno, porterebbe troppo e di spesa e di tempo» (lett. non datata,
probabilmente del gennaio 1860, BNF, F. T. 116.17). La schiera era destinata in
breve a crescere oltre misura, tanto da porre alla fine seri problemi di
riconoscimento e di inventario (> Collaboratori).
XVII. L'ingresso
di Bernardo Bellini.
La designazione
del Bellini non dovette risultare al Tommaseo particolarmente gradita, ma l'autore
di un fortunato dizionario bilingue Latino-Italiano, aveva dalla sua molte
prerogative. Prima di tutto quella disponibilità, quelle energie, quella
dedizione di cui l’impresa aveva assoluto bisogno (avrebbe tra l'altro dovuto
raggiungere periodicamente il suo collega a Firenze per sottoporre gli articoli
a revisione). Così il Pomba ne accenna a Tommaseo: «Le facciamo noto che negli
scorsi giorni parlammo col Prof. Bellini per averlo a compilatore, sola persona
che noi finora trovammo da potersi scegliere per un tal lavoro, certi che non
manca ai suoi impegni, di che ne avemmo la prova nel lavoro del Dizionario
Latino-Italiano e viceversa, fatto tutto da lui, lavoro che […] conosce e per
cui consentì alla scelta, ed abbiamo stretto il patto del quale domani si farà
la stipulazione per iscritto, nel quale si obbliga di dar materia di 29 o 30
pagine al mese, ma con esso solo non si potranno avere due fascicoli al mese
come dobbiamo dare, se vogliamo vedere compito il Dizionario in quattro o
cinque anni; bisognerà quindi che pensiamo ad altro compilatore, ma per ora si
dà principio col Bellini soltanto, in seguito si vedrà di trovare un altro, […]
non sarà cosa tanto facile».
Come si può ben vedere la decisione
fu presa unilateralmente da Pomba, determinato ad avviare questa volta
l'impresa e ad averne il pieno controllo. Ne sia prova questa efficace
istantanea: «Ordinariamente io lavoro 22 ore al giorno; sicché due sole ore mi
restano pel necessario riposo. Di questo brevissimo sonno la mia natura è
soddisfatta, e torno ancora gagliardo alla fatica. Talvolta però quando debbo
correggere le stampe, l’aurora mi trova con la penna in mano. Dopo le mie brevi
refezioni spesso per agevolarmi la digestione mi metto per un quarticello d’ora
a saltabellare nello studio, indi rappicco il filo» (F.T. 116, 1, 12). Vero è
che del grande impegno si lamentava poi con il Pomba: al «compilare per la
parte mia il Dizionario a norma della Crusca, del Manuzzi, del Tramater, del
Gherardini ecc, e di collocare le giunte sue e d’altri (già fatte e non da
farsi, o da mandarsi dopo)» si aggiungeva il lavoro che sarebbe spettato al Valeriani,
che era venuto meno all'impegno, e ancora il cumulo di richieste di Tommaseo.
Se ne lamenta con il Dalmata con accenti di recriminazione: «Ella chiese che io
avessi riguardo alle giunte della prima edizione del Manuzzi, il che io ho
tosto incominciato a fare […] Mi raccomando il Dizionario del Fanfani, e l’ho
sott’occhio. Ultimamente propose altri quattro libri, e questi gli ho
provveduti per quel che l’angustia del tempo mi permetterà di cavarne […] E il
dovere io collocare tutte le giunte degli scienziati anche pe’ vocaboli che a
Lei spettano». Si trova così a dover lavorare, lamenta, «anche ventidue ore al
giorno, senza neppure «il tempo per mangiare, bere, dormire, e vestir panni»
(F.T. 116, 1, 12).
Ma non basta. Anche i materiali
inviati da Tommaseo possono destare scontento. Basti questo stralcio di lettera
in cui Bellini si scusa della propria latitanza, dovuta al fatto che il lavoro
gli porta via molto tempo: «I cartellini che mi si costringe di guardare paiono
scompigliati dalle streghe; tanti ne mancano altri son guasti corrotti in modo
incomprensibile con matita; altri non si possono leggere del tutto; alcuni
altri c’entrano come il cavolo a merenda» (F.T. 116, 1, 6.). S’intuisce da
queste poche righe il carattere ispido del personaggio: considerato quello
notoriamente spigoloso del Dalmata, si può immaginare che l’intesa non fosse
facile. Bellini sa peraltro di poter contare sul pieno sostegno di Pomba.
Anche da Firenze giungono alla
Direzione Utet recriminazioni non lievi. Particolarmente eloquente la lettera
del 2 aprile 1869: «Il dover mio era fornirne di non inutili né superflue […]
ma, quand’intendessi stare alla lettera del contratto, converrebbe attenersi a
tutte le condizioni che son poste in esso; e non infrangere quelle che fanno
comodo all’editore, e volere osservate le gravi a me, e nel contratto io […]
non promettevo di cancellare o correggere dal lavoro del P. Bellini le
osservazioni sbagliate, le ripetizioni del medesimo esempio nel medesimo
articolo, i disordini frequenti, evidenti. Queste e altre simili cure io mi son
prese e prendo pazientemente; e potevo non solamente infin dal primo ricusarle
[…] ma avevo ragione di rompere il contratto mio, non essendo giusto che io
rispondessi d’un Dizionario il quale annunziavasi compilato secondo le norme da
me proposte, e le norme da me proposte non erano volute seguire […]. Sarebbe
pertanto assurda cosa richiamare un contratto che non è mai stato dall’altra
parte osservato […]. Io, dal mio canto, lo ho soprabbondantemente osservato
[…]. Mi scusi Ella, signore, un po’ quanto ci siamo allontanati dal primo
contratto, allontanati a mio carico, ad alleviamento degli editori. Io potevo
fornire compilata da me, non piccola parte del Dizionario; e tale spesa è
venuta via via sempre scemando, intantochè il Dizionario continuava a passare
sotto il mio nome; io potevo delle mie infermità, che son pure un caso di forza
maggiore, far mio pro per finirla, e nondimeno, in mezzo a incresciosissime
contradizioni, perseverai» (BNF, F.T. 116, 23, 20).
T. ricorda qui la clausola
dell'infermità cui avrebbe potuto appellarsi venendo così meno all'impegno
senza sanzioni, per ribadire la sua strenua dedizione al progetto.
XVIII. Dissensi metodologici Il nodo delle locuzioni
Sono molte le
questioni di metodo che affiorano nei carteggi, specie con Bellini, e che
denunciano la difficoltà, da parte di T., di difendere le regole fondative del
Dizionario. Il nodo delle locuzioni, ad esempio, ritorna a più riprese: Tommaseo
le vorrebbe accorpate al verbo, mentre Bellini insiste per altra collocazione,
a carico della preposizione o del sostantivo (se ne lamenta con Pomba in
lettera del maggio 1865: BNF F.T. 116, 23, 23); e non è parimenti d’accordo con
l’identificazione, per ciascuna voce, delle corrispondenti latine e greche, da
indicare a complemento del lemma, come d'uso nella tradizione lessicografica.
Mentre a Torino si lamenta la complessità dei lemmi, da Firenze si rimprovera
l’eccessiva libertà di manovra concessa a quello che avrebbe dovuto essere il
suo collaboratore: un ‘braccio destro’ che si era rivelato un temibile concorrente,
non di rado tenace nei convincimenti e determinato a difenderli. I nodi vengono
al pettine in lettera non datata di T., dove ricorda i due principali capitoli
di controversia: il trattamento delle parole composte, e la collocazione delle
voci latina e greca a fianco di quella italiana: «Quand’Ella cortesemente disse
che il Dizionario, condotto al modo ch’io l’intendevo, sarebbe il migliore di
tutti, ma che non era possibile tener quella strada, io le risposi che, per non
troppo discostarmi nell’apparenza dall’altrui lavoro, io potevo non rendere evidente
con troppa suddivisione d’articoli l’ordine delle idee, ma che nell’intrinseco
a quest’ordine io intendevo attenermi. Ella soggiunse che le locuzioni composte
d’una particella e d’uno o di più altri vocaboli, come a capo di fatto, a capo
in giù, a capo innanzi, invece di collocarle sotto la voce principale, com’io
proponevo, credeva doverle lasciare sotto la particella, io (rispettando le sue
nozioni delle quali la principale era dedotta dalla impossibilità del fare la
rifusione nel breve tempo concessole), non però mutai l’opinione mia né potrei
quindi permettere ch’altri la creda mutata.| Io credo che il soggiungere alla
voce italiana, la voce latina o la greca, quasi corrispondenti, non si possa in
specie in tutte quelle idee nuove che i Greci e i Latini non avevano per
l’appunto quali gl’italiani d’adesso con la lingua loro le esprimono e
concepiscono. Ella crede che, altri dizionari così facendo, giovi seguirne
l’esempio. Io non ho disputato neanche di questo, ma riconoscendo che le
ragioni sue possano a non pochi parere accettabili e lasciando che anco agli
articoli da me compilati Ella apponga il Greco e il Latino, purché sappiasi
apposto da Lei, non mi sento di poter disdire il già detto pubblicamente (lett.
non datata, ma verosimilmente del 1860, BNF. F.T. 116, 3, 2).
Il riferimento era a quanto scritto
nel Saggio del 1858, dove un paragrafo è dedicato a questo tema. Non
dovette essere un confronto facile. Certo che ne derivò la sempre crescente
avversione di T. a scrive la Premessa del Dizionario, se mai la
volontà di delimitare le proprie responsabilità contrassegnando con una sigla
di possesso.
XIX. Motivi
di scontento di T.
L’esplorazione delle carte porta del pari alla
luce, come si è visto, la difficoltà dell’impresa dal punto di vista del suo
maggiore artefice. Interessano qui non tanto le questioni di natura
organizzativa, quanto quelle di sostanza, che impedirono di fatto al Dalmata di
assumere la ‘paternità’ esplicita dell’edificio cui aveva consacrato le forze
migliori della maturità e della vecchiaia. Tra i motivi più gravi di scontento
il fatto che il vocabolario non aveva il respiro che il suo ideatore avrebbe
desiderato: specie nei riguardi della lingua viva, cui tanto teneva, e che gli
pareva troppo poco rappresentata: «[…] nelle giunte che dimostrino la ricchezza
e l’uso del linguaggio vivente, importa abbondare, acciocchè questa lingua
italiana la cui ricchezza è tanto dai pedanti vantata, non appaia men ricca di
quel che sono ne’ lessici la greca e la latina morte, di quel ch’è la francese,
della cui povertà parlano con tanto dispregio i pedanti» (così in lettera al
Pomba del 31 dicembre 1868, BNF, F.T. 116, 23, 18).
Di
qui la ferma richiesta di esplicitare la propria limitata responsabilità
autoriale: «Nel titolo sarà detto di sole le giunte fornite da me, senza
proemio né altro: e in ogni annunzio saranno evitate tutte le parole le quali
possano dare a credere ch’io rispondo dell’opera intera. E s’altri per isbaglio
spacciasse altre voci, sia a me facoltà di smentirle, e ne sia obbligo agli
editori. In qualunque spazio di tempo sia composta la stampa, col dare le
cinquanta mila giunte e gli articoli rifusi, il dover mio sarà bell’e adempito»
(la lettera, non datata, si deve collocare in prossimità della firma del
contratto dell'aprile 1860: BNF, F.T. 116, 17, 11).
XX. La sigla T.
Si comprende
il puntiglio della sigla «[T.]» che costella ogni piega delle voci: il Dalmata
vuole delimitare quanto possibile il suo contributo. A malincuore l’editore
acconsente a questa continua e puntigliosissima presa di distanza: «Diversi
sono già i modi proposti per distinguere gli articoli dati da V. S. e poi le
Giunte da Lei fornite, ma nessuno di essi mi garba totalmente. Io pertanto direi
di mettere in principio degli articoli il T. come è adesso, che è di carattere
in majuscolo, e di premettere alle giunte su un T. majuscoletto, cioè un poco
più piccolo: se così Ella crede vada bene, così si farà: non si è fatto ora nelle
bozze che le mando ma si correggerebbe secondo questo sistema in casoche V. S.
lo approvi». 53 E così si presenta anche ai lettori di oggi, che di certo non
bene comprendono il pullulare della sigla: un vessillo, un limite certo che T.
ha voluto innalzare a tutela del proprio lavoro in un periodo, conviene dirlo,
di polemiche spesso aspre e graffianti su questioni di lingua. Non senza che
Bellini, sarcastico, glielo rinfacci, quando le correzioni apportate risultino
sgradite, come in lettera del 1865 (l’indicazione cronologica non è
circostanziata), dove si tratta della difficile compagine della voce fare
in corso di allestimento: Bellini, esasperato dalla difficoltà di sistemare le
giunte, sollecita il Dalmata a prenderla in carico: «Credo che meglio sia il
far ciò, perché altrimenti, ella sarebbe costretto a rifondere l’articolo. Che
se pure tuttavia ella mettendovi mano avesse a farci troppe cose intorno, ponga
in fronte all’articolo la luminosa stella d’un [T.] e sel faccia proprio» (F.T.
116, 1, 19).
XXI. L'ingresso del Meini
Sulla conduzione del Meini che, dalla lettera S in
poi, prende in mano il Dizionario abbiamo pochi documenti. Ma di certo,
dopo aver seguito per anni Tommaseo nel suo lavoro, il lessicografo era in
grado di portare avanti l'impresa e di condurla in porto sfruttando lo
schedario, già in gran parte predisposto, delle ultime lettere dell'alfabeto.
Sulla scorta del quale tra l'altro era calcolato il compenso da corrispondere
ai figli. A lui tocca l'onerosissima Tavola delle Abbreviature e quella Premessa
che Tommaseo aveva sempre evitato e che Meini redige con ampiezza di
cognizione, misura, autorevolezza.
Così giunge in porto un’opera che non sarebbe più uscita di scena, a differenza di tante altre coeve, e pure di indubbio valore: anzi si può dire che rinasca oggi, on line, a nuova vita, più piena e più aperta ancora alla fruttuosa consultazione di intellettuali e studiosi del nuovo millennio. E forse il segreto del suo successo sta anche nella somma incalcolabile di risorse intellettuali che seppe convogliare tra le sue pagine; nella spinta ideale condivisa, questa sì, pienamente, anche dall'editore, e da quanti ebbero occasione di contribuirvi.
[Donatella Martinelli]