Meini Giuseppe

SIGLE NEL TB: [G.M.] = 19519; [Mei.] = 1 (spogli); [M.F.] = 3732, con Pietro Fanfani (lingua d’uso) 

Nasce a Firenze il 19 marzo 1810.

Come ricorda Gino Capponi (negli Scritti editi e inediti di Gino Capponi, Firenze, Barbera, 1877, pp. 21-29, alle pp. 23-24), Meini studia le lingue antiche avvalendosi di un docente esperto qual era il canonico fiorentino Francesco Pasquale Boni; la sua collaborazione con il maestro nell’opera di traduzione di Tucidide (Delle Guerre del Peloponneso volgarizzamento del canonico F. P. Boni, Torino, Cugini Pomba e Comp. Editori, 1854) mette in luce l’inclinazione verso gli studi filologici e una profonda conoscenza della lingua greca. All’impegno giovanile come soprano e musicista d’organo subentra la passione per gli studi linguistici e lessicali che egli affianca all’attività di funzionario nelle biblioteche pubbliche di Firenze. A partire dal 1840, Meini lavora presso la segreteria della Soprintendenza agli Studi di Firenze (in seguito denominata Ministero dell’Istruzione Pubblica), divenendone Segretario Generale nel 1859.

A Firenze, già nel 1827, Meini conosce Tommaseo: nasce una proficua collaborazione che continua ben oltre il 1834 (anno dell’allontanamento del Dalmata dalla città), prendendo la forma di un sodalizio duraturo. In effetti, in occasione dei lavori di redazione per il Nuovo Dizionario dei Sinonimi (Firenze, G.P. Vieusseux, 1838), Tommaseo si avvale delle competenze lessicografiche di Meini il quale si occupa di sovrintendere l’opera durante la lontananza del Dalmata da Firenze. La collaborazione continua anche con la raccolta dei Canti popolari toscani, corsi, illirici e greci (Venezia, Stabilimento Tipografico Enciclopedico di Girolamo Tasso, 1841) per culminare nella redazione del Dizionario della lingua italiana.

È lo stesso Meini, nella prefazione al grande Dizionario che uscirà in coda nel quarto degli otto tomi (pp. 21-59), a mettere in luce la sua attività di spoglio dei sinonimi che, fra il 1861 e il 1879, con le aggravate condizioni di salute di Tommaseo e in seguito alla sua morte, si estende alla stesura e revisione di tutte le voci dalla lettera S (la voce si) fino alla Z; egli cura anche i difficili apparati critici, spiegando nella stessa prefazione il motivo delle scelte effettuate, con il corredo di una ricca e dettagliata Tavola delle Abbreviature. A tal proposito, a pag. XVIII, Meini dichiara di avere compilato da solo tutta la tavola delle abbreviazioni, opera che gli «costò pene e fatiche grandissime perché né il Tommaseo stesso, né gli altri che morirono prima e dopo di lui, lasciarono veruno appunto delle edizioni dell’opere dalle quali avevano ricavato gli esempi, e neppure i nomi interi, sovente, degli autori da loro citati, e che non sempre era facile indovinare» (p. XVIII). Ne deduciamo l’acribia e l’assoluta serietà con cui il nostro si pone al completamento dell’impresa che Tommaseo in persona, consapevole del suo stato di salute e del rallentamento dei lavori dovuto alla scomparsa dei più valenti collaboratori, gli aveva chiesto di ultimare.

Nella prefazione Meini rifiuta la definizione di banale vocabolario, preferendole il termine dizionario il quale suggerisce profonde motivazioni ideali. Il principio dell’analogia guida il vaglio dei termini che vengono spiegati tramite una prima parte descrittiva cui seguono le esemplificazioni, nel convincimento che la parola deve essere inserita nel suo contesto. Il fiorentino funge da guida per discernere le forme morte dalle vive; vengono inclusi anche i termini di uso quotidiano e il linguaggio settoriale del mondo delle arti e dei mestieri al fine di creare un’opera monumentale nella quale sia rappresentata l’anima di un popolo in tutte le sue componenti sociali. L’intento moralizzatore è sotteso alla scelta dei termini, da cui vengono escluse non solo le parole non edificanti, ma anche i barbarismi, i forestierismi e i termini scientifici, se non italiani.

Negli anni seguenti, egli si dedica a biografie (G. Meini, Il commendatore Alessandro Manetti e le sue opere, Firenze, Tipografia di Adriano Salani, 1867), allo studio degli aforismi (I proverbi di Salomone recati in versi italiani da Giuseppe Meini, Firenze, Tipografia del vocabolario, 1871) e alle traduzioni dal greco (G. Meini, I dialoghi di Platone, G. B. Paravia e C., Torino Roma Milano Firenze, 1899). L’ultima opera lessicografica a cui Meini partecipa è il Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze (Firenze, Coi tipi di M. Cellini e C. alla Galileiana, 1897) di Giovan Battista Giorgini ed Emilio Broglio, quel vocabolario ordinato dallo stesso Broglio, Ministro della Pubblica Istruzione, strumento per avviare la riforma linguistica unitaria secondo i principi manzoniani. Meini contribuisce in modo importante anche al lavoro di redazione di tale impresa, senza tuttavia vedere i frutti di tanto impegno, poiché muore (sempre a Firenze) il 24 giugno del 1889.

 

Alla BNCF sono conservate 35 lettere di Niccolò Tommaseo a Giuseppe Meini scritte fra il 1846 e il 1872 e s.d. (col. Tomm. 104, 47, 48) e 78 lettere di Giuseppe Meini a Niccolò Tommaseo scritte fra il 1873 e il 1874 (coll. Tomm. 104, 40-46).

 

 

Bibliografia critica essenziale

 

Lasinio Fausto, Rapporto degli anni accademici 1888-1889 e 89-90 e commemorazione degli accademici corrispondenti Giuseppe Meini e Luigi Venturi, in «Atti della R. Accademia della Crusca», 21 dicembre 1890, Firenze, M. Cellini e c., 1891, pp. 13-20.   

Proietti Domenico, Meini, Giuseppe, in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 73 (2009), https://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-meini_(Dizionario-Biografico)/.

 

 

[Mara Nardo]

 

 

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