Abbiamo
illustrato il cantiere organizzativo, e le linee maestre del lavoro di T. nella
Storia del Tommaseo-Bellini e L’organizzazione del lavoro facendo
riferimento alle opere maggiori. Richiamiamo qui invece in modo sintetico le stazioni
più importanti del lavoro lessicografico chiamando in causa anche gli
scritti teorici più importanti quali la Prefazione all’edizione dei Sinonimi
del 1854 (l’ultima curata da T. prima di avviare il TB =DS 54) e la Nuova
proposta di correzioni e giunte del 1841 (= NP), che costituisce il
grande cartone preparatorio dell’impresa maggiore.
Ne abbiamo ricavato alcune
essenziali coordinate di riferimento e una mappa.
I.
Le grandi questioni
I. 1. La linea di confine tra lingua viva e
lingua morta
La distinzione tra lingua viva e morta è labile e il
segno di croce è riservato molto spesso nel TB non tanto a singole voci,
ma a varianti grafiche. La prudenza era già raccomandata in NP, pp.
133-34:
Ma la divisione del
dizionario in lingua viva ed in morta non
è facil cosa, qual pare. Severissimo gusto vegliarci dovrebbe, per non confinare al dizionario de’
morti frasi degne di risorgimento e di giovanile coltura. E
le parole relegate nel dizionario della lingua morta, non si potran
dunque usare nè pur quando trattisi d’indicare i costumi già morti che quella
parola esprime? Perchè no? Quando trattasi di costumi, egli è lecito usare ogni
specie di voce, purchè queste voci non s’intrudano nella lingua: appunto come i
comici fanno a’ loro attori parlare varii dialetti senzachè i modi di que’
dialetti ne segua ch’abbian a essere classica autorità
e sarà ribadita dal Meini nella Premessa
(p. 32): «Talora una voce è morta in un senso, e viva in un altro; può, dopo
quella sentenza di morte, risuscitare sotto la mano di qualche potente
scrittore, e rinfrescarsi di senso nuovo; lo che è più potenza che voce nuova
creare». Rimandiamo anche a > Metodo di lavoro, § 3.
II. 2. Il prestigio
dei classici
Se
è vero che gli spogli dei grandi vocabolari (> Organizzazione del lavoro
> I lavori preparatori) offrono un’ottima base documentaria di partenza,
è convinzione di T. che il fior fiore della lingua si possa ricavare prima di
tutto ed essenzialmente dai classici, Dante in primis. Basta una scorsa
al TB per averne conferma: la gran parte delle giunte che recano la
sigla T. provengono dagli autori maggiori che evidentemente, durante il lavoro,
furono oggetto di spogli.
Decisamente più singolare la
presenza dei grandi classici latini. Ora sappiamo che la prima esplorazione di
avviamento del TB fu costituita da un’ampia ricognizione degli autori
maggiori (> Carte e carteggi > Documenti > Pacco 24). E
questo ‘innesto’ del latino (solitamente confinato dalla tradizione
lessicografica nelle sedi liminari della definizione) in corpore vivo, e
cioè nell’illustrazione dei significati della voce, ma anche sovente nel
commento ai grandi autori, resta uno dei tratti che contraddistinguono il
lavoro di T.
I. 3. La lingua viva e
l’«uso più ragionevole»
L’esplorazione
della lingua viva riveste un ruolo fondamentale sin dai primi Sinonimi (1830-32),
come s’è detto (> Storia del Tommaseo-Bellini § 2. La tappa
dei «Sinonimi»), e poi in NP. Ma il suo ruolo è ancora più rilevante
nel TB, dove la presenza di proverbi, canti, locuzioni, fraseologia è
straordinaria sia per quantità che per qualità (specie nell’illustrazione dei
registri colloquiali e familiari).
Le attestazioni della lingua viva ora
affiancano gli esempi letterari; ora, più spesso, fanno loro séguito: comunque
senza fratture o contrapposizioni. La cura dei dettagli e la ricchezza dell’esemplificazione
rappresenta uno dei requisiti di riconosciuta eccellenza del TB. La cura
concessa alle voci e locuzioni del parlato non è in nulla qualitativamente inferiore
a quella riservata alla produzione letteraria.
La navigazione nel mare magnum
della lingua viva è guidata dalla stella polare dell’uso «più ragionevole». La
rotta da seguire era già ben delineata nella prefazione dell’edizione dei Sinonimi
Crespi (1833):
Noi
sentiamo tutto giorno uomini di studio e d’ingegno, che visitan la Toscana, che
ci dimorano, partirsene e viverci insensibili alle bellezze di questa lingua
gentile. [...] Nè a que’ medesimi che la cercano laddove ell’è, riesce facile
il conoscerla intera e offerirne ai lontani adequato concetto. Molte voci che
nella capitale sono ignote suonano familiarissime nelle città di provincia,
molte vivono quasi appiattate in un angolo del contado [...] Di questa
difficoltà gl’inconvenienti si tolgono con la norma che ho posta: l’uso più
generale e più ragionevole. E l’uso toscano, o come più generale o come più
facile, per l’antica autorità, a divenir tale in minore spazio di tempo, merita
riverenza. Ma laddove il più generale è chiaramente contrario a ragione, e
molti di ciò s’avveggono, gioverà non seguirlo.
Questo
orientamento resta fisso sino all’edizione dei Sinonimi Reina del 1854,
dove al § XXII Dell’uso più ragionevole, si legge:
Abbiam
veduto che l’uso della lingua parlata è unica norma alla scritta; che l’uso
toscano è il meno ignoto alle altre parti d’Italia, quello la cui autorità è
più consentita nel fatto, è da molti anco in parole; il più facile a diventar
generale, il più acconcio al fine a cui dobbiam tutti tendere, l’unità della
lingua. Abbiam veduto come chiunque dall’uso si diparte, va nell’assurdo: e
tanto meno è visibile l’assurdità quanto meno patentemente alla legge dell’uso
è fatto oltraggio (DS 54, p. XXIX).
La
questione è complessa, anche per le evidenti implicazioni con le teorie
manzoniane, che appaiono con tutta evidenza tenute a distanza: si parla sempre
di toscano, non di fiorentino (ma nella Premessa del TB Meini
accorcia le distanze: «L’uso fiorentino, che è tanta parte dell’uso toscano, riesce
più preciso, più evidente, più arguto, segnatamente nel familiare linguaggio»,
p. 33).
Importa qui sottolineare come T.,
nella Prefazione a DS 54 citata, ribadisca la sua posizione alla vigilia
dell’impresa maggiore, argomentandola ampiamente. Il lessicografo viene a
collocarsi nella posizione non giù di uno storico che registra in forma
documentaria la varietà dell’uso, ma di un esperto, se non proprio di un
giudice, che accoglie per gradi di valore.
I. 5. Questioni di
grammatica
Le
questioni grammaticali sono poste al centro dell’attenzione di T. sia dalla NP,
dove ampio spazio è dato alle varietà grafiche, alla registrazione degli
alterati, dei nomi verbali ecc., e alla formazione delle parole; ma anche alle
questioni di sintassi, specie nella costruzione del verbo. T. vi poneva l’accento
già nel Saggio del 1858: il TB avrebbe dovuto farsi carico delle
questioni grammaticali nella forma più economica, e insieme più funzionale. Ne
troviamo ampia escussione nella Premessa di Meini. Rimandiamo senz’altro
a > Organizzazione del lavoro, § II.
II. Aspetti operativi
L’esercizio
lessicografico prevede operazioni delicate, sulle quali T. pone l’accento in
più scritti teorici. Senza pretendere di fornire analisi esaustive ci sembra
utile porre comunque in evidenza i principali e più significativi adempimenti che pertengono
al lavoro del lessicografo.
II. 1. Definire
La
questione era stata peraltro ampiamente messa a fuoco e sviscerata nella Nuova
proposta, dove si poneva l’accento sull’operazione molto delicata che
compete al lessicografo: «Cauta e laboriosa opera esser dee questa delle definizioni,
acciocchè nè restringasi de’ vocaboli il senso nè soverchiamente s’allarghi. Il
primo vizio mette alla pedanteria, alla barbarie il secondo. La lingua è già
fatta; a noi è lecito e debito il perfezionarla, non già l’immutarla» (p.
112). E ancora: «La prima definizione non deve già comprendere la spiegazione di tutti i
sensi in cui fu dagli autori la voce usata, chè sarebbe irrazionale e
impossibile. Dee cogliere il senso più conforme alla origine della voce: e se
la voce dall’origine sua deviò troppo, determinare il più ovvio. Allora si
torrà lo scandalo del vedere una voce con tre o quattr’altre spiegata, tutte di
senso tra sè diversissimo. Le definizioni secondarie ne’ particolari articoli
abbiano luogo» (ibidem). E questo evitando eccessi di zelo: «Definire
tutti i vocaboli d’un dizionario sarebbe inetto consiglio, lavoro impossibile.
Come, a cagione d’ esempio, definire con proprietà filosofica il verbo sonare? Dopo aver data una definizione a cui cinque linee non bastano, una
spiegazione sarebbe ancor necessaria. Si lasci dunque cotesta filosofica pompa
di definizioni, e la modesta spiegazione s’accetti» (ibidem).
Importanti naturalmente
le riflessioni sull’etimologia (vedi Organizzazione del lavoro § II).
II. 2. Scrutinare e
ridurre le citazioni
Operazione
assai delicata è rappresentata dallo scrutinio degli esempi e dalla necessaria
scrematura, prevista a chiare lettere già nel Saggio del 1857 (vedi Organizzazione
del lavoro I. 3) e eseguita poi puntigliosamente nel TB, secondo
quanto riferito da Meini: «All’opposto, abbiamo resecati gli esempi superflui,
abbreviati quelli stemperati in troppo lunghe citazioni, ed espulsi
inesorabilmente quasi sempre (come già dicemmo) quelli che contenessero una
sentenza falsa o sciocca, fossero anche dei migliori scrittori; procurando
intanto di racquistare così un po’ di quello spazio, che volemmo occupato in
più utili cose e degne» (Premessa, p. 43).
Dove è da sottolineare anche la
riduzione della citazione ai limiti della stretta necessità (magari ricorrendo
a didascalie e integrazioni). Una caratteristica del TB quanto mai
influente sul rapporto, estremamente positivo, tra estensione della voce e
ricchezza di esempi.
II. 3. Distinguere e
numerare
Tra
le prerogative di eccellenza di T. lessicografo è l’esercizio del ‘distinguo’
sinonimico, a livelli di sottigliezza straordinari (vedi Organizzazione del
lavoro § 2). Il lungo tirocinio giovanile aveva subito un’accelerazione,
come si è detto, a Milano, nel vivace dibattito polemico intorno alla Proposta;
e poi alla scuola di Manzoni, dove le questioni sinonimiche erano vivacemente
dibattute (Storia del T. Bellini § 1). Un forte vincolo lega i Sinonimi
al TB (come è stato dimostrato), ma T. è quanto mai attento a non
sovraccaricare il TB, lasciando al DS il compito di analizzare a
fondo le catene sinonimiche.
Fondamentale a questo proposito la
testimonianza di Giuseppe Meini (> Testimonianze > Meini). La fase più
laboriosa del lavoro è proprio lo studio della parola nel contesto dell’esempio,
e la valutazione comparativa della maggiore o minore aderenza dei campioni al
contenuto semantico specifico. O forse sarebbe meglio dire che è questo stesso contenuto
semantico a determinarsi progressivamente attraverso l’analisi degli esempi.
Il resoconto di Meini (> La
storia del Tommaseo-Bellini > Testimonianze) che lavora al TB
dall’inizio alla fine, è quanto mai eloquente. T. parte da un corpus
esteso di citazioni ricavato dai grandi dizionari di base (> Organizzazione
del lavoro > I lavori preparatori): dallo studio degli esempi ricava
«la
partizione principale dei diversi significati», fa separare le schede secondo
le partizioni assegnando a ciascuna un numero romano, mentre elenca ciascuna
scheda con numeri romani (> Organizzazione del lavoro § 2).
II. 4. Selezionare
Nel processo di
selezione determinante è il criterio della varietà: di secoli, di prosa e
poesia, di generi e di autori (vedi Saggio § 6). L’esemplificazione deve
non solo illustrare un campo semantico predefinito, ma rivelare la dominante poetica
della voce, ovvero la sua prevalente fruizione prosastica; la sua circolazione antica
o recente; una certa varietà, quanto possibile, di autori e di generi.
I. 5. Ordinare (e numerare i
paragrafi)
Il lavoro più faticoso
era poi quello di ordinare, e cioè «comprendere in un concetto principale i sensi
diversi, conciliarli, additarne i passaggi» (Meini, Premessa, p.
38). A questo scopo utile la doppia numerazione romana e araba: «Acciocchè l’ordine
risalti meglio, nelle voci che portano molti e diversi significati, oltre ai
numeri arabici segnanti i paragrafi, poniamo numeri romani che siano come
rubriche di capitoli, e ajutino l’occhio a trovare la divisione delle idee
principali, e formarle in unità di concetto» (ibidem). E precisa
ulteriormente: «congegnava in varie attitudini e accompagnamenti le voci prese
a dichiarare e illustrare»: e credo che si debba intendere che studiava la
successione degli esempi nel modo più istruttivo (ibidem).
II. 6. Armonizzare
La sottigliezza di
articolazione del lemma raggiunge il vertice nel caso di preposizioni e
congiunzioni: giustamente il Meini, volendo portare qualche esempio utile,
segnala la voce di, che prevede una scansione in116 paragrafi che ne
indagano non sono la semantica generale, ma le sfumature di intensità, la
varietà dei possibili referenti, le idee che più spesso vi si annettono, le varie
costruzioni, indagate minutamente, e molto altro. Ma quello che stupisce è il
concorso di uso antico e di uso vivo, attestazioni delle origini e contemporanee
in una fusione ed equilibrio sorprendenti.
I. 7. Spiegare
Il lettore non deve mai
essere lasciato in dubbio nella lettura e interpretazione dell’esempio
prodotto: per questo T. «pensava alle illustrazioni dei luoghi oscuri o dubbii,
ai raffronti che potesse rinvenire nel greco, nel latino, e in altre favelle, e
in altri dialetti d’Italia, per far meglio sentire la finezza delle eleganze» (Meini,
Premessa, p. 51). Il TB deve essere un’opera che non lascia mai l’utente
solo di fronte a difficoltà di interpretazione, ma lo accompagna e lo sostiene
sempre.
I. 8. Ampliare il corpus degli
esempi
Questo è un punto molto
delicato, e in buona misura innovativo, previsto del resto fin dalle battute
iniziali: la possibilità di aggiungere esempi a cura del compilatore,
soprattutto quando si tratti di illustrare locuzioni della lingua viva prive di
documentazione. Condotta illustrata poi per esteso dal Meini nella Premessa
(p. 43):
Quegli esempi al
possibile abbiamo sempre prescelti che contenessero una sentenza vera, una
memoria fruttuosa, un germe d’affetto. Di scrittori meno corretti, sebbene
citati e dalla Crusca e da altri, abbiamo accolto solo le voci ei modi a cui
mancasse esempio migliore, purchè fossero accettati dall’uso, o evidentemente
accettabili. Per le altre voci e modi vivi pur essi, ma al tutto mancanti d’esempio,
non solo li abbiamo registrati (altrimenti non sarebbe la lingua di un popolo),
ma vi abbiamo apposta ancora una dichiarazione, in cui venisse a incastonarsi
il vocabolo e la locuzione recata, secondo che altri Dizionarii fanno; non
intendendo di darla per autorità. Come interpreti, non come testi.
I. 9. Giudicare ed
educare
Al TB compete una
funzione nuova rispetto alla tradizione, quella di alta educazione linguistica
e letteraria: «Alla varietà degli stili badare è importantissimo. Non dico che
del dizionario debba farsi un trattato di grammatica, di filologia, di
rettorica, nè porre all’ ingegno ingiuriosi confini: ma deesi al possibile
prevenire l’abuso della pedanteria, le licenze della barbarie, e gli errori
dell’ignoranza» (NP, p. 112). Ma non solo: il lessicografo è tenuto ad
avvisare il lettore nel caso si evidenzi qualche riserva di contenuto, come si
conviene a un libro di educazione intellettuale e civile: «Quegli esempi al
possibile abbiamo sempre prescelti che contenessero una sentenza vera, una
memoria fruttuosa, un germe d’affetto»: così Meini nella sua Premessa (p.
42). Se il TB intende essere libro di alta educazione il lessicografo è
tenuto ad assumere una sua esplicita responsabilità: si spiegano così i
frequenti pronunciamenti di merito di T. su questioni letterarie, politiche,
filosofiche e morali, giudicati talora come ingerenze indebite, e persino
manifestazioni discutibili di esasperato individualismo.
I. 10. Comporre (un’idea
di voce)
Il risultato ultimo era
finalmente «un’immagine viva» della voce da presentare al lettore: così la
definisce efficacemente Meini (Premessa, p. 51). La difficoltà era
cogliere e trasmettere un’idea unitaria della parola, quando anche declinata in
lunga sequenza di articolazioni interne e di applicazioni diverse.
Il T., conclude Meini, ne era capace: sapeva «fare di un
articolo di Dizionario un esercizio di logica insieme e di estetica, un
trattato e un’opera d’arte» (ibidem). Peraltro dell’eccellenza e dell’originalità del suo lavoro egli fu
pienamente consapevole: «Non è dunque a stupire se egli, non uso ai vanti, si
lasciò andare a dire una volta, che col suo Dizionario intendeva
dare all’Europa un saggio del più meditato lavoro di questo genere» (ibidem).
[Donatella Martinelli]