1. La
recensio lessicografica
Il
lavoro di allestimento della voce prende avvio quando la recensio lessicologica
è completa: tutti gli spogli (sia di lingua letteraria che di lingua viva), costituiti
da schede minute, per lo più di piccole dimensioni, tratti da repertori a
stampa o manoscritti, sono confluiti in un grande schedario che li raccoglie in
una sequenza ancora approssimativa e disorganica in attesa dello scrutinio e
della sequenza definitiva. Ne resta documento mirabile (e anche in qualche
misura impressionante) la grande cassetta relativa alle ultime lettere
dell'alfabeto (BNF: Pacco 25 e 26): migliaia di schede, destinate a essere sfruttate
da Meini, dopo che Tommaseo (il primo maggio del 1875) ha abbandonato il campo,
alla voce Si.
2. Punto
di partenza: i classici
Per
l'allestimento della voce, non c'è uno schema precostituito: è Le Brun, oltre a
Meini stesso (vedi Testimonianze importanti), a testimoniarlo. Dunque
Tommaseo si immerge nel gran pelago degli esempi senza una bussola predefinita:
almeno in apparenza. In realtà sappiamo (ce lo dicono i documenti del Fondo
oggetto di studi in corso d'opera) che la ricognizione puntigliosa del secondo Dizionario
della lingua italiana del Manuzzi (Firenze, 1859-65) gli poteva certo offrire
un primo orientamento utile.
Ma più determinanti ancora sono gli spogli
dei classici latini da cui ricavare le linee maestre da seguire nella
impaginazione della voce: tra le prime operazioni di avviamento ai lavori del
dizionario va annoverata una rilettura degli antichi (Virgilio e Orazio soprattutto:
vedi Pacco 24, in Carte e carteggi). Il convincimento di fondo che
accorra rifondare la speculazione lessicale a partire dalle sulle radici
latine, è messo a frutto fin dal nel commento dantesco del 1837, ma poi più compiutamente
nell'edizione Reina del 1854-55.
3. Le giunte dalla lingua viva
A
questo punto serve una scrematura straordinaria: non sono ammessi doppioni. Per
ciascuna accezione si deve individuare l'esempio più appropriato, con
precedenza accordata alle 'tre corone'. A questo punto, nel fondo del setaccio,
rimane la farina migliore.
E
qui comincia quel lavoro lungo e segreto che occupa il T. per ore e talora per
giorni, come ci viene descritto dal Meini, osservatore attento del suo maestro
per tre lustri (vedi Testimonianze importanti). Il Dalmata lavora in
assoluta concentrazione, scorre più e più volte i suoi cartini – ora separatamente,
ora accostandoli nella seriazione più proficua–, nella gradazione di senso più vantaggiosa;
quindi considera attentamente la completa autonomia dell'exemplum (ricordiamo
la bella immagine del Lantosca, che ci raffigura Tommaseo come un'aquila pronta
ad afferrare la sua preda: vedi Testimonianze importanti). Occorre infatti
valutare l'eventuale integrazione di parole mancanti tramite una contestualizzazione
che chiarisca il senso del passo, indicandone, quando possibile, la possibile
matrice latina, perché la segnalazione della fonte consente di cogliere il
legame vitale della tradizione volgare con quella classica. Pensiamo
all'impareggiabile lavoro condotto da T. sulle fonti virgiliane in Dante: i
riscontri, una volta messi a fuoco nel commento alla Commedia, rifluiscono
poi in buona misura nel corpus del TB.
Nel lavoro di paziente,
laboriosissima costruzione dell'edificio lessicologico un riguardo particolare
è riservato alla lingua viva: alla messe di giunte ricavate dai Sinonimi
(specie dalla terza edizione fiorentina del 1838 e dall'edizione Reina del 1854-55)
e dalla Nuova proposta del 1841, si aggiungono i referti raccolti ogni giorno
sia grazie alle conversazioni intrattenute con la gente del popolo, ad esempio nelle
passeggiate lungo l'Arno, quanto nelle conversazioni con i dotti amici, nel
chiuso del suo studio. Anche questa straordinaria messe di lingua deve trovare
posto nel Dizionario: a complemento di un esempio letterario, per
sottolineare l'uso persistente della voce o dell'accezione, oppure nelle serie
delle locuzioni particolari, collocate in coda alla voce, dove si concentrano
per solito i campioni dell'oralità.
Sappiamo che la ricchezza forse
maggiore del TB, e la novità più grande dell'impresa, è da riconoscere
proprio in questa straordinaria documentazione dell'uso vivo e nella qualità
dello studio che gli è accordato in virtù della pari dignità che gli viene riconosciuta.
4. Il filo del discorso
È
a questo punto che inizia, da parte del T., una laboriosa riflessione sui
cartigli, soppesati a lungo, confrontati e vagliati con quella sensibilità per
il distinguo sinonimico già addestrata mirabilmente nel laboratorio dei Sinonimi.
La lunga escussione della campionatura prepara il terreno al riconoscimento di
una possibile linea di sviluppo, a uno scheletro, entro cui le attestazioni
raccolte vengono a collocarsi: come se l'esempio divenisse esso stesso
strumento di ricognizione, uno scandaglio, gettato nel magma dei significati, per
rivelare lo 'sviluppo' di un'idea che la parola racchiude e che l'uso (vivo e
letterario) di volta in volta esprime e documenta. Ogni esempio illustra il dispiegarsi
dei contenuti sul piano della storia, del progresso delle idee, e dei valori
civili e morali.
Gli esempi poi, vanno accostati
l'uno all'altro perché ne esca un disegno coerente, il più possibile organico.
Ma qui Tommaseo poteva contare su una preparazione logico-analitica formidabile,
di cui restano cenni nelle Memorie poetiche, fra cui il seguente quanto
mai singolare:
Il verno
tra il XXIII e il XXIV, mi passò speso in articoli di giornali, in colloquii,
in traduzioni, in letture, in esercizii parte geniali, ma il più pedanteschi.
Prendevo il dizionario, e dall'accoppiamento delle due parole che si
trovavano accosto traevo una sentenza morale o religiosa o letteraria: poi la
prima delle due parole accoppiavo con la terza, e un'altra imagine ne traevo;
poi con la quarta, e così via: tanto per addestrare l'ingegno ad associare
insieme le idee più distanti, a trarre da ogni imagine corporea un simbolo di spirituale
verità: esercizio simile a quel degl'improvvisanti a rime obbligate. Pedantesco
e pecoresco, ma pur non inutile: perchè certi studii mortificano l'ingegno, ma
son poi dall'ingegno (cioè dalla natura, provvida riparatrice) avvivati (MP, p.
106).
La
scuola di Rosmini potenziò certamente questa capacità di avvertire analogie e differenze,
anche minime, di contenuto e di esplicitazione delle relazioni di affinità o di
opposizione. Quel tanto lavorio sulla schedatura delle parole, ma anche dei
concetti (vedi anche Documenti della formazione) ritornava ora utile a
trovare il filo più opportuno, più solido, più convincente che stringesse un
legame tra le parole in un disegno sottile, in un arabesco di usi che si
accostano e si differenziano, si sviluppano, dialogando tra di loro in perfetta
continuità dentro l'organizzazione della voce, che è, nella sua studiata
articolazione, un perfetto e ordinato discorso.
5. Un cantiere
aperto
Non si
tratta in verità di un insieme chiuso. Spesso i sensi della voce latina non
sono stati utilizzati, e se ne ripropone lo sviluppo come opzione ancora possibile.
Così per la voce avido si legge in TB, § 2:
«Per estens. [T.] Avido al corso; e più
ardito ancora in Virg. Avido corso». L'azzardo virgiliano si offre come
ancora attrattivo e fruibile.
Ovvero una voce, utilizzata in senso
negativo, si scopre capace di adibizioni più ampio, e persino contrarie: il Dizionario
ne fa cenno anche in questo caso, indicando direzioni non tentate, ma plausibili.
Si veda l'aggettivo ambizioso, ad esempio, dove si legge, al § 2: «Siccome Ambizione così Ambizioso può,
almeno abusivamente, aver senso buono; così direbbesi, per es. Ambizioso
di pena, da sostenersi per difendere il giusto contro gl'iniqui».
Il Dizionario può così
apparire all'utente un laboratorio del 'possibile'; non 'museo' di una lingua, dunque
ma cantiere aperto a sempre nuovi sviluppi futuri in direzione non solo del censimento
dell'uso letterario e della lingua viva, ma anche del dicibile, come dichiarava
Tommaseo nel grande cartone preparatorio del TB: «io dico al contrario, ne' vocaboli essere tante idee
quante nè uomo nè generazione d' uomini basta a svolgere ed a comprendere; la
lingua essere monumento del passato, specchio del presente, cantico del futuro;
storia, efemeride, profezia» (Nuova proposta, p. 7).
6. La
voce: contesto lessicale e valoriale
L'imperativo
dello spazio impone, come si è detto, la più severa economia, ciò non solo per
ragioni editoriali (Pomba è costantemente in allarme per la lievitazione
dell'impresa) ma anche perché è ferma convinzione di T. che ogni dato superfluo
costituisca uno svantaggio, uno spreco di tempo da evitare al lettore. Alla
fine del lungo processo di scrematura e di scavo, di ordinamento e di montaggio,
è nata la 'voce', articolata in numeri arabi (per quelle di più ampia
estensione servono anche le 'campiture grandi' dei numeri romani), che marcano
lo sviluppo del discorso lungo un asse cronologico e insieme entro una
compagine filosofica e morale.
Il lemma diventa un viaggio
attraverso la storia e il pensiero dell'uomo: uno spazio che compendia quanto
di meglio la parola ha potuto produrre nelle mani dei grandi, ma anche quanto
dice tutti i giorni sulla bocca dell'uomo comune; senza che tra l'una e l'altra
categoria di utenti si possa mai avvertire un'opposizione o una diversa scala
di valori. La voce è 'logos' che si sviluppa attraverso il succedersi di
dichiarazioni e di esempi.
La parola, sia quella dell'alta poesia
che dell'uso popolare, appare rivelazione di una condizione spirituale e morale,
di un progresso storico e culturale. Il dizionario, in questo modo, rivela la
sua ambiziosa missione: rappresentare il compendio di una civiltà ed esprimere
una identità fatta di valori condivisi.
[Donatella
Martinelli]